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Poppy – I Disagree

La vicenda artistico-commerciale di Poppy (nome d’arte di Moriah Rose Pereira) è una vicenda assai peculiare e contiene parole che portano con sé un carico di pregiudizi non indifferente. La prima, decisamente la più importante, è la parola “youtuber”; ma non lasciatevi ingannare, non parliamo di una ragazzina che commenta se stessa mentre gioca a Call Of Duty o salcazzo cosa, né di una ragazzina seduta davanti a una webcam a cantare cover di Amy Winehouse o Lana Del Rey in attesa di presentarsi al provino per X Factor.

I video di Poppy, tutti diretti sinora da Titanic Sinclair, la presentano come un personaggio simile a un androide umanoide, spesso in una stanza completamente bianca, sola o con i suoi amici e/o rivali: una pianta di basilico, uno scheletro, un manichino di nome Charlotte. I video (380 sinora) sono un misto tra “Black Mirror” ed una produzione warholiana: inquietanti e conturbanti allo stesso tempo. Si inizia a guardare Poppy che mangia lo zucchero filato e ci si ritrova a guardarla dire “I’m Poppy” per dieci minuti filati, o a parlare con una piantina (che le risponde con voce androide), o ancora a illustrarci le differenze tra iPhone 5 e 6.

Tutto è chiaramente pervaso da una sottile ironia e da una neanche tanto velata critica al mondo nel quale stiamo vivendo, ma non siamo sicuri che tutti tra i 2,5 milioni di follower (con una somma di mezzo miliardo di visualizzazioni) seguano il sottile fil rouge che lega l’enorme quantità di video sinora prodotti e che hanno generato già due album di pop “post genere” (ovvero sia con un tale pout-pourri di influenze da risultare difficili da incasellare in un genere) e due album ambient, nonché un pilota per una serie tv (sempre diretto da Sinclair), alcuni cameo in serie televisive e collaborazioni importanti con Grimes e Diplo.

Poppy nel frattempo ha interrotto ogni rapporto, professionale o amichevole, con il mentore del progetto citando comportamenti abusivi dei quali Titanic Sinclair (o Corey Mixter che dir si voglia) si sarebbe reso responsabile, comportamenti dei quali Sinclair era già stato accusato da Mars Argo, collaboratrice con la quale Sinclair lavorava precedentemente e che ha fatto causa al regista/videomaker perché il personaggio di Poppy sarebbe interamente copiato da quello di Mars Argo.

Dalla descrizione fatta, si potrebbe pensare che la redazione de Il Cibicida abbia commesso un errore nell’inserire la copertina: sembra chiaramente una copertina di black metal norvegese o qualcosa di simile. No, non è un errore, è solo un percorso artistico particolarmente stravagante che ha virato verso una mistura di metal e J-pop rispetto alla quale la definizione “post genere” (ecco un’altra di quelle parole che portano con sé un carico di pregiudizi) non sembra poi così snob o presuntuosa. Prodotto da Chris Greatti e Zakk Cervini e scritto dalla Pereira a otto mani con i produttori e il suo mentore Titanic Sinclair (o sarebbe forse meglio dire il suo ex mentore Corey Mixter), I Disagree prende le spennellate nu-metal date al precedente “Am I A Girl?” (2018) e le trasforma in  un intero album di riff che sembrano presi da un lavoro anni ‘80 di Ozzy, industrial claustrofobico e pop talmente zuccheroso da essere nauseante.

Per assurdo che possa sembrare, il mix funziona in diverse occasioni, sia per il carisma magnetico della frontwoman che qui si trasforma in un mix letale di Miley Cyrus e del Reverendo Manson dell’era Mechanical Animals, di Edie Sedgwick e Trent Reznor, sia perché la band e la produzione non scherzano un cazzo. Questa non è una pagliacciata e assoli melodicamente immacolati come quello di Don’t Go Outsidenel metal non si sentivano da tanto tempo, così come ritornelli estremamente efficaci come quello di I Disagree.

Insomma, il disco è un disco vero, non un happening pubblicitario, e se a volte sfocia nella cacofonia è perché rischia troppo, non per cialtroneria: l’introduttiva Concrete,che sfodera un riff degno del miglior trash anni ’80 (“Bury me in concrete / Turn me into a street”) per poi sovrapporvi un ritornello quasi kawaii pop giapponese (“Chewy, chewy, yummy, yummy, yummy / Sharp and pointy, yummy, yummy, yummy”) forse è eccessiva, mentre Sick Of The Sun, nonostante una produzione eccellente, eccede nel senso opposto: un pezzo totalmente pop che ti lascia in cerca di un graffio.

È chiaro che un album del genere non è per tutti (li vediamo già i metallari duri e puri,  fedeli al credo dei Mayhem, gridare al sacrilegio), ma quando l’azzardo è supportato da un ottimo lavoro come in questo caso è ingiusto relegare i meriti a quanti ascoltatori possa accontentare. L’album è assolutamente valido musicalmente – così come i video sono delle performance estremamente disturbanti e stravaganti – e cresce con gli ascolti ripetuti. Moderno, post-moderno, chi se ne fotte: questo è un qualcosa di assolutamente originale. Per Poppy adesso viene il difficile: ripetere l’exploit e ripeterlo senza quello che sinora è stato il proprio partner artistico. Perché l’industria discografica e quella dello spettacolo, come peraltro viene descritta nei suoi video, è un’industria feroce, vacua e spietata.

(2020, Sumerian)

01 Concrete
02 I Disagree
03 BLOODMONEY
04 Anything Like Me
05 Fill The Crown
06 Nothing I Need
07 Sit / Stay
08 Bite Your Teeth
09 Sick Of The Sun
10 Don’t Go Outside

IN BREVE: 3,5/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.

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