
La metafora del kintsugi nel mondo in cui viviamo oggi, è forse un filo abusata quando si parla di trauma, di rinascita, di errori passati. La bellissima arte di riparare i vasi rotti evidenziandone le fratture riparate con l’oro. Sentita mille volte eh, soprattutto per chi vive sui social media. Perfecth, il titolo di questo nono album dei Queens Of The Stone Age, così chiamato perché, beh è una parola ipocrita sto “perfect”. Sporchiamola un po’. Banale eh, banale, per carità.
Delle vicende tragiche nella vita personale di Homme si parlò in abbondanza in occasione del precedente “In Times New Roman…”, uscito tre anni fa. Vicende umanamente devastanti, per la salute fisica e mentale dell’eroe della nostra vicenda. Una vicenda che, con Homme, è sempre stata umana, troppo umana: un personaggio stracarico di vita che ha danzato mano nella mano con la morte sin troppe volte. Ma che oggi sembra uscito dall’inferno con le corna di lucifero in mano, come trofeo. In straordinaria forma, con sguardo di ghiaccio ma caldo come il deserto, Homme è reduce con i suoi QOTSA da un tour acustico cominciato nelle catacombe di Parigi (e immortalato nel meraviglioso live “Alive In The Catacombs”, uscito l’anno scorso come EP e video), tour che ha solidificato i rapporti nella band ed è servito come chiave importantissima per questa nuova fase.
Sì perché, a quasi trent’anni dalla nascita, per la band continua ad essere importantissimo il processo creativo, il non ripetersi mai: il primo singolo estratto Easy Street è un facile esempio della questione. Ispirato dai lavori di Bowie con Robert Fripp, non contiene il consueto assalto sonoro con il quale noi vecchi tromboni sbaviamo malamente blaterando di rock salvato e vivo e vegeto nei cuori degli ultrà, snocciolando un’altra sequela di banalità, ma una chitarra acustica e dei battiti di mani, rigorosamente non a clic e non quantizzati – il tempo è quello vero, reale, impreciso, come è esattamente giusto che sia – nel quale risalta una chitarra appunto molto frippiana e la voce e il testo, brusco, dolce, doloroso, gioioso di Homme. Non male come cambio rotta, eppure rimane incredibilmente fedele alla band, pur essendo simile a quasi nulla si sia mai sentito con questo nome.
E il resto dell’album, nelle intenzioni della band, rimane profondamente eterogeneo, quasi come una cassettina regalata all’amico del cuore o alla ragazza che ci piace, coi titoli scritti a penna e quell’attesa spasmodica che la persona cara li ascolti per vedere se condivide l’emozione che ti hanno dato e che volevi dare. Pezzi che, del resto, vengono da diversi momenti della storia della band. Come Sunday, inizialmente pubblicata anni or sono nello straordinario “Post Pop Depression” (2016) di Iggy Pop, ove Homme e Dean Fertita ebbero molto a che fare, e oggi ripresa per darle una vita diversa, un senso diverso, seppure non particolarmente diverso da un punto di vista sonoro, ma più leggero. O l’introduttiva It’s Only Love, brano risalente a molti anni prima (quindici, o più), con un suono largamente influenzato dalle catacombe e da quello che hanno dato loro, sporcata da suoni di treno e con un beat che sembra battuto con dei martelli sui binari. Ancora, Insignificant Other, forse il brano chiave dell’intero album, registrato in due take e vicino in parte a brani come “Make It Wit Chu” e ai suoni di “…Like Clockwork” (2013) più che al suono classico dei Queens Of The Stone Age, quello duro e puro dello stoner.
Homme non è solo, e del resto non lo è mai stato. Ma qui pulsa il cuore di un’intera band come forse mai nella loro carriera. E alla loro testa lui, finalmente aperto e vulnerabile, dice lui, non ha più paura di mostrarsi sensibile, dice, ma a noi sembra che di paura Homme ne abbia avuta sempre molto poca. Un vaso rotto cento volte, sì, e cento volte risistemato. Con l’oro, certamente. Forse non è banale il kintsugi che i QOTSA hanno scelto anche per il materiale promozionale di “Perfecth”; forse è banale il modo in cui ciò che consumiamo ci ha resi cinici rispetto alla bellezza che, saturi di stimoli, diventa solo quindici secondi da spostare con l’indice appena finiti.
Forse è banale il modo in cui parliamo delle cose. Del kintsugi, della resilienza, altro termine ampiamente abusato, il cui significato forse non è così banale come la maniera in cui lo consumiamo, in cui vendiamo le cose per un briciolo di attenzione. E sì, “Perfecth”, un nuovo, brillante capitolo della carriera dei Queens Of The Stone Age e di Homme, forse non è un titolo banale, nella misura in cui in un’epoca di quantizzazione, di basi sistemate, di musica prodotta con l’intelligenza artificiale, una delle più grandi rock band della storia mostra di cosa è capace, sbagli e tutto. Ed è meraviglioso.
2026 | Matador
IN BREVE: 4,5/5