
Quando tre anni fa uscì “Hackney Diamonds” (2023), la sensazione era già molto forte: quello non era l’ultimo album degli Stones. La storia era ancora lontana dal finire. Del resto Jagger è in una forma vocale e fisica assolutamente allucinante per un over 80 (ma anche per noi over 40 che lo guardiamo mentre prendiamo un Voltfast, il secondo della giornata) e, in fondo, scrivere un’ora di musica per lui e il suo eterno compare, fratello, alter ego, nemico Keith è un gioco da ragazzi, nonostante quest’ultimo combatta da un po’ con un’artrite che non è proprio piacevolissima per un chitarrista, men che meno della sua veneranda età.
E poi hanno trovato un produttore con una vagonata di hype ma che fa benissimo il suo mestiere, quel Andrew Watt che vediamo ovunque ci sia successo di questi tempi, oltre ad avere al loro fianco i fidi Steve Jordan e Darryll Jones a sostituire il compianto Charlie Watts (che qui compare in un unico pezzo, residuo di una session del 2021, Hit Me In The Head) e Bill Wyman (che invece ha mollato nel 1993), nonché l’unica altra pietra rotolante rimasta nella band, Ronnie Wood (anche lui in una forma strepitosa, come è facile vedere da qualunque performance live recente).
E, ancora, dispongono di un cast di ospiti praticamente limitato solo dall’essere in vita: qui abbiamo niente meno che Macca, Robert Smith dei Cure, Steve Winwood, Chad Smith e Bruno Mars, la cui ospitata sembra quelle che facevano fare per scherzo i creatori di South Park alle celebrità (Geoge Clooney come cagnolino gay che abbaia tre volte in tutta la puntata), dato che si limita a un quasi inaudibile cowbell in Never Wanna Lose You. Nel dipartimento singoli pop, riescono ancora a centrare senza sforzo: i singoli In The Stars e Jealous Lover sono radiofonici, memorabili, riascoltabili, e nel secondo Jagger sfodera anche un falsetto marchio di fabbrica di brani come “Emotional Rescue”, onestamente notevole.
Tuttavia la generale consistenza qualitativa di Foreign Tongues è un po’ minore del predecessore: molto dell’album scorre inoffensivo e gradevole come una raccolta di b-side raccolte da “Voodoo Lounge”, “A Bigger Bang” e “Hackney Diamonds”, senza grandi exploit che facciano venire voglia di tornarci molto presto ma – va detto – senza neanche nulla che risulti sgradito all’orecchio. A volte emergono momenti stonesiani puri come nella coda di Back In Your Life, con un grande assolo di Ronnie Wood e il classico finale jaggeriano intenso, che segue in una cover di Chuck Berry, Beautiful Delilah, originariamente bel pezzo rock’n’roll qui trasformato in uno strepitoso country blues in stile delta del Mississippi. Ma sono brevi momenti in sessanta e rotti minuti di estrema competenza. Quello che manca proprio sono gli errori, la stonesiana capacità di far suonare giusto quello che è eseguito sbagliato, come nella inaspettata cover di You Know I’m No Good di Amy Winehouse, sbiascicata, sbilenca, quasi rabbiosa.
Inoltre le ospitate sembrano come “l’aria di alloro di Alicante con profumo di ascelle di lama” nei piatti del ristorante stellato: pensi “wow, non vedo l’ora di gustarla”, ma essa evapora prima di arrivare al palato. Così un attesissimo Paul McCartney al basso nella bella Covered In You(comunque uno dei brani migliori), che si sente a malapena, o un Robert Smith che fornisce un granello di chitarra su Divine Intervention e una lieve grattugiata di cori e synth su Never Wanna Lose You. Al venticinquesimo album, da re del mondo assoluti e vicini al capolinea, avrebbero tranquillamente potuto accettare di condividere il palco con due protagonisti di questo tipo, a maggior ragione con Macca vista la storia. Ma non sarebbero stati Jagger e Richards, i Glimmer Fucking Twins.
“Foreign Tongues” è un buon album, il cui unico evidente difetto è un’ordinarietà di fatto non necessaria a questo punto della loro carriera, un lavoro che segue la scia del suo predecessore: quella di un album ben scritto e gradevole da una band che ha almeno quattro o cinque capolavori, tra i migliori album della storia della musica e una posizione per fare realmente il cazzo che vuole, come fece per esempio in “Blue & Lonesome” (2016). Noi, in ogni caso, siamo contenti di un’ora di musica nuova, e speriamo che ce ne regalino ancora. Magari osando un po’ di più, Sir Mick: dubitiamo che un eventuale debacle incida su conto in banca o legacy della band.
2026 | Polydor
IN BREVE: 3/5