[adinserter block="3"]
Home RECENSIONI Samana – All One Breath

Samana – All One Breath

Viscerale: questo è il termine più adatto per descrivere e riassumere il sophomore del progetto Samana. Attorno al duo nomade composto da Rebecca Rose Harris, voce, basso e synth, e il chitarrista Franklin Mockett, oltre alla musica, ruotano poesia, improvvisazione, fotografia e cinematografia. Se il debut “Ascension” (2019) era stato concepito durante un viaggio nell’Est Europa e assemblato successivamente nel loro studio (analogico) in Galles, All One Breath è stato registrato direttamente on the road in alcune regioni remote del Sud della Francia, il tutto nell’arco di tre mesi all’inizio del lockdown e con ben pochi strumenti a disposizione.

Alle sonorità di base slowcore si mescolano accenni blues spogliati del superfluo che sfociano in chamber folk, dove la voce di Rebecca domina incontrastata la scena, oscillando tra l’intensa PJ Harvey, di cui si ritrovano le influenze più minimali e scarne di “White Chalk” (2007), la sua “erede” Anna Calvi, l’algida e tormentata Nico e la sirenetta eterea e malinconica Hope Sandoval dei Mazzy Star. Le mani intrecciate che sbucano dalle rocce raffigurate in copertina simboleggiano un’unica entità e un solo respiro, quello di Rebecca e Franklin, uniti dall’amore e dalla ricerca del nuovo, e il mondo che li circonda in una danza armonica, quasi un rituale, concetti illustrati al meglio dalle percussioni e i cori che scandiscono The Glory Of Love e dal piano che incornicia All One Breath.

Il disco prevede un percorso circolare che prende lentamente il via dalla chitarra liquida di Melancholy Heat, nella quale vengono gettate le premesse, il punto di partenza e quello di arrivo, ciò che si ha bisogno di lasciare e quello che si vuole trovare, arrivando a disfare la tela come Penelope e ricominciare tutto da zero, a causa della scomparsa improvvisa di un amore, nel finale riservato agli archi mesti di Begin Again. Nel mezzo troviamo la strada battuta, il silenzio, l’importanza della libertà, del movimento, dell’incessante e disperato bisogno di continuare a spostarsi, espressi soprattutto in The Spirit Moving, uno dei pezzi più interessanti, moviola di un motivo di velvetiana memoria con un pizzico di oscurità rubata da qualche ballad del Re Inchiostro; e nei guizzi di basso e synth appena accennati dal folk asciutto di Live For The Road e dalla sussurrata Passing Me By.

L’inquietudine nelle liriche del duo si percepisce maggiormente nei momenti di stallo, dove ci si perde nei propri pensieri, come nelle atmosfere eteree di The Beach, lungo il bell’assolo blueseggiante della chitarra di Patience, e nei passaggi caratterizzati dagli archi malinconici di Leaving. Il percorso spirituale di “All One Breath” funge da invito a riappropriarci di noi stessi e del nostro tempo, oltre a ritrovare l’armonia con l’ambiente che ci circonda, la voglia di superare i nostri confini e imparare, guardando tutto con occhi diversi, per riuscire a cogliere una moltitudine di piccoli dettagli, espressioni e cambiamenti al primo colpo, proprio come un abile fotografo munito di una Leica M6 caricata con una pellicola in bianco e nero a caccia dello scatto perfetto, dimenticando il superfluo.

(2022, Music For Heroes)

01 Melancholy Heat
02 Live For The Road
03 The Glory Of Love
04 The Spirit Moving
05 The Beach
06 Patience
07 All One Breath
08 Passing Me By
09 Leaving
10 Begin Again

IN BREVE: 4/5

Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Exit mobile version