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Simon Joyner – Tough Love

Simon Joyner è uno di quegli artisti che ti fanno venire voglia di mandare a quel paese le classifiche Spotify. Da trent’anni pubblica dischi come se stesse scrivendo lettere a un amico che non sente da tempo, con la disinvoltura tipica dei rapporti sinceri. Se non lo conoscete, pensate a un incrocio tra Leonard Cohen in modalità post sbornia e Lou Reed senza filtri. Il bello è che Joyner non ha mai cercato di compiacere nessuno. Mentre l’industria musicale inseguiva l’ennesimo trend, lui è rimasto lì, a Omaha, in Nebraska, a fare dischi come se fossero post-it appiccicati al frigorifero. Eppure, gente come Conor OberstdeiBright EyeseKevin Morbylo citano tra le influenze principali. È quello che succede con i veri songwriter: lavorano nel loro buen retiro, poi ritrovi le loro tracce ovunque.

Tough Love esce per BB*ISLAND ed è il diciannovesimo album di Joyner, che non è poco. Arriva dopo “Coyote Butterfly”, il disco scritto dopo la morte del figlio, e riesce a essere ancora più duro, anche se in modo meno scoperto, meno immediato. Qui Joyner non mette il lutto in vetrina. Piuttosto parla di amore nelle sue forme più contraddittorie: quello che può salvarti oppure sfinirti, a volte nello stesso momento. Nei testi ci sono famiglie incapaci di comunicare, coppie che stanno insieme per abitudine, persone divorate da una rabbia politica che ormai si confonde con il disagio esistenziale. L’America ufficiale, quella raccontata per decenni nei telegiornali, qui è già sgretolata.

Musicalmente Joyner resta riconoscibile, ma stavolta sporca di più il suono. Ci sono scariche elettriche, sassofoni che entrano nei brani come intrusi, distorsioni usate più come texture che come ornamento. In A Room Like This e Isn’t This How The Story Always Begins? hanno il groove ipnotico dei Velvet Underground più minimali, ma con qualcosa di più febbrile sotto. Più il disco va avanti, più le canzoni sembrano scomporsi. Quando arrivi ad Anniversary Song, con quei synth stranianti e le voci ridotte a fantasmi, “Tough Love” smette quasi di sembrare un album folk in senso stretto.

E poi c’è la title track finale. Per venti ostinati minuti, Joyner prende la struttura di “Street Hassle” di Lou Reed, la dilata come “Sad-Eyed Lady Of The Lowlands” di Dylan e ci infila dentro una delle cose più strazianti che abbia mai scritto: l’incubo di ogni genitore. La voce del figlio morto parla al padre ed elenca tutte le volte in cui non c’era, tutte le distrazioni e tutti gli errori che ormai non si possono più sistemare. Poi, all’improvviso, il disco apre uno spiraglio diverso: l’immagine cambia. C’è un bambino su uno scivolo, illuminato dal sole, che ride mentre gioca. Un ricordo semplice, quasi minimo, che però racchiude tutto: l’amore, la paura, il terrore di lasciare andare chi ami sapendo che non puoi proteggerlo per sempre.

È lì che “Tough Love” ti prende davvero. Non perché insista sul dolore, ma perché a un certo punto lascia entrare anche qualcosa di più incerto, perfino il perdono. Allora capisci che l’amore è sempre, inevitabilmente, una forma di “tough love”. Joyner continua a fare dischi come se gli servissero per orientarsi. Non so se trovino davvero una via d’uscita, ma continuano a lasciare segni per chi passa dallo stesso buio; forse, i suoi brani possono servire da bussola proprio per i genitori “sufficientemente buoni”, quelli che sanno di poter sbagliare, ma non smettono di cercare la rotta.

2026 | BB*ISLAND

IN BREVE: 4/5

Classe '64. Nella vita faccio un sacco di cose rispettabili: pubblico libri per adulti e bambini, gestisco un blog letterario e faccio finta di sapere sempre dove sto andando. Eddie Vedder è mio fratello d’anima. Se fossi un animale, sarei un cane che dorme. Do Not Disturb.
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