
Dieci anni fa usciva “The Smackwave EP” (2016, poi ripubblicato nel 2019 dalla Partisan), primo vagito di un progetto nato a Melbourne e riferito a tale Spike Fuck. Personaggio strano, pochissime notizie al riguardo, nessuna vera informazione professionale, solo e soltanto una manciata di tracce in cui punk e new wave, synth e testi pregni di quella scabrosità che fece enorme Lou Reed, si mischiavano fra loro in uno di quei pastoni che sanno essere al tempo stesso respingenti e attrattivi ai limiti della tossicità. Poi non si è saputo praticamente più niente di quest’artista, una vera e propria discesa nell’oblio che i più ottimisti avevano interpretato come un ritiro dalle scene, mentre altri addirittura come una prematura dipartita. Invece era solo la vita ad essersi messa di mezzo tra Spike Fuck e la musica: la perdita del padre, le dipendenze, la riscoperta della religione, la difficoltà nel gestire la propria identità sessuale e una salute mentale sempre più fragile che ha necessitato di cure mediche.
Poi un paio di anni fa la ricomparsa con un paio di singoli, qualche date dal vivo e, lo scorso anno, pure un disco live. E adesso, dopo dieci anni di non-attività, ecco un vero esordio sulla lunga distanza, Evidence, pubblicato su Sacred Bones, che in qualche modo mostra i segni del passare del tempo modificando un tantino la traiettoria di Spike Fuck in direzione di qualcosa più vicina al cantautorato che a band come i Flock Of Seagulls (punto di riferimento piuttosto evidente). Tolta infatti Can’t Get it Up, che apre il disco con un profilo decisamente depechemodiano e marcatamente new wave, il resto dell’album procede altrove: Had Your Way ad esempio mette un po’ da parte le forme new wave per assestarsi in una dimensione in cui Spike Fuck declama a metà strada tra Lou Reed e David Bowie, con tutto ciò che possono comportare accostamenti così assoluti. E Bowie ritorna prepotentemente anche in All By Myself, che se non è un tributo poco ci manca visto il luccichio tipicamente glam che emana il pezzo.
Poi c’è Sweet Release, una ballata tetra e meravigliosa che fa il paio con la successiva Bored To Death, in cui la performance di Spike Fuck è quella di un crooner caduto in disgrazia e costretto a esibirsi in strada per raccogliere quattro spicci. O ancora Getting Sober, dove i Suicide incontrano un songwriter e lo prendono a pugni, fino ai quasi otto minuti di Hate Me che porta Spike Fuck a chiudere il disco come fosse un Elvis sotto acidi. Perché in fondo è l’emotività il fulcro su cui ruota l’intero disco e, più in generale, l’esperienza artistica e di vita di Spike Fuck, messa a nudo, spiattellata senza vergogna, un’introspezione e una malinconia costanti alla mercé anche delle critiche più spietate, ma che non per questo fanno un passo indietro. Una rinascita, più che un ritorno.
2026 | Sacred Bones
IN BREVE: 3,5/5