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The Lemon Twigs – Brothers Of Destruction

Quando penso ai The Lemon Twigs mi vengono in mente i genitori che portano i propri figli ai concerti e li tengono sulle spalle. E ci sono molte probabilità che le cose siano andate realmente così. Cresciuti in un contesto artistico, rispettivamente papà musicista e mamma attrice, le loro prime “tracce” non sono esclusivamente musicali: YouTube pullula di video girati sotto la guida e la videocamera di papa-Twigs e di varie apparizioni degli enfants prodiges tra film, spettacoli di Brodway, cover e persino un album inedito.

Una timeline che ci porta fino ai Twigs così come li conosciamo, accompagnati da Danny Ayala alle tastiere e Megan Zeankowski al basso. Sarà per merito del frontman dei Foxygen, Jonathan Rado, che “Do Hollywood”, il loro album di debutto, prenderà forma rendendoli l’orgoglio della 4AD. Brothers Of Destruction è il capitolo conclusivo di quella che ha tutte le carte in regola per essere definita una rock opera.

La particolarità di questa band non è solo dovuta al virtuosismo dei due fratelli, che nei live si scambiano continuamente tra chitarra-voce-e-batteria, al look sessantottino o al taglio di capelli à la Ziggy Stardust. Pura saudade. Bensì alla capacità di aver spremuto qualsiasi modello creativo, dalle esperienze scolastiche (scuola che, per Michael è terminata prima di iniziare il tour) passando per qualche spettacolo di Broadway, agli idoli del passato: band come The Who, Beatles, Monkeeys e Beach Boys sono state infatti di fondamentale importanza e la loro eco è sorprendente in entrambe le produzioni della band.

Ascoltando Light And Love o Why Didn’t You Say That? non possiamo fare altro che pensare ai sopracitati, ai cori di “Smile” dell’omonimo Wilson (sarà un caso?) e alle chitarre di “Ram” di Paul Mccartney. “He imagines his life in a stream / What he sees are minnows which flinch with each drop of the rain”, da Beautiful quarta traccia dell’ EP, un epillio tra esistenzialismo adolescenziale e natura, che culminano in un “I’m nothing, it’s beautiful” che può far sorridere se, a dirlo, è quella parte della popolazione definita Millennials.

I brani sono genuinamente accompagnati da testi romantici e naif che giocano con la musicalità degli strumenti, mettendo in risalto una capacità che rivendica e allo stesso tempo rinnega, in un certo senso, la giovane età: da una parte per la loro spontaneità e dall’altra per le sonorità che sembravano appartenere esclusivamente ad un’altra epoca.

“I took my short legged woman / To the dance last night / We watched the highway patrol / Take selfies with Nardwuar Nardwuar”, da Night Song: Qui viene citato Nardwuar The Human Serviette, il curioso speaker ed esperto di musica canadese, sempre a caccia di talenti da intervistare, compresa la band. Per ora stiamo fruendo di materiale che fa parte del repertorio dei fratelli D’Addario ed è proprio per questo che, viste le premesse, potrebbero davvero sorprenderci in futuro.

(2017, 4AD)

01 Intro
02 Why Didn’t You Say That?
03 So Fine
04 Beautiful
05 Night Song
06 Light And Love

IN BREVE: 3,5/5

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