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The Pretty Reckless – Death By Rock And Roll

Il rock’n’roll è una religione non per pochi. Beh, sempre meno, a voler essere proprio sinceri: come il cattolicesimo, perde fedeli di giorno in giorno, perché non è più una musica da giovani, non è più una musica che parla direttamente a loro e, quindi, i famosi giovani ascoltano altro. E, parliamoci chiaro, sono loro, sempre quest’entità misteriosa della quale chiunque sia sopra i trent’anni pretende di sapere qualcosa ma raramente questo “qualcosa” è qualcosa che abbia il benché minimo contatto con la “loro” realtà, che costituiscono il mercato principale della musica, sono loro che dettano mode musicali e fanno raggiungere il successo, ed è così dagli anni ’50 come minimo.

E quindi noi fedeli più, diciamo, “datati”, siamo sempre con un orecchio volto alle nuove uscite che il rock’n’roll lo portano già nel nome; essendo datati, tuttavia, siamo esperienti, e a causa di essa, dell’esperienza dico, abbiamo realizzato che è una ventina d’anni che avere le parole “rock’n’roll” nel titolo generalmente non è un buon segno, anzi, volendo essere rock’n’roll, è abbastanza un dito nel culo. Eccoci quindi ai Pretty Reckless, creatura fondamentalmente dell’ex attrice di Gossip Girl Taylor Momsen, del chitarrista Ben Phillips e, fino a pochissimo tempo fa, del produttore Kato Khandwala (Papa Roach, Paramore, Breaking Benjamin), quest’ultimo però tragicamente defunto in un incidente motociclistico a soli quarantasette anni. È questa tragedia unita, a loro dire, alla morte di Chris Cornell (per i cui Soundgarden aprivano nell’ultimo concerto prima del suicidio dell’amatissimo frontman), che ha segnato profondamente i sentimenti e la vita della band e soprattutto della sua leader nel periodo che ha portato alla registrazione di Death By Rock And Roll.

Ma non da tutte le tragedie nasce musica buona. Anzi, qui la musica è talmente mediocre da non essere neanche brutta: è troppo insignificante per esserlo, troppo banale, troppo cliché. Eppure i Reckless sono certamente ottimi musicisti, e la Momsen è un’ottima cantante da un punto di vista tecnico, con una voce ben più matura dei suoi ventisette anni. Ma il suono è sterile, sterilizzato, ipercommerciale, come del resto da tradizione per molte delle band post grunge emerse dalle macerie lasciate dalla morte di Cobain e, sempre nella tradizione ormai venticinquennale, a questo suono ipercompresso viene abbinata una serie di testi che definire cialtronerie è forse un complimento (“Down and down and down we go / Scatter the ashes in the shape of the soul / The dark will have its day / But there’s a price I’ll pay” da “Witches Burn”).

Ed eccoci qui con questo affascinante “Death By Rock And Roll”, che riesce, fra le altre cose, non solo a sprecare un riff clamoroso degli ospiti Kim Thayil e Matt Cameron degno di incastri soundgardeniani (ah, Chris, maledizione…) appioppandoci sopra una melodia banalissima (Only Love Can Save Me Now),  ma anche a ripetersi immediatamente dopo sprecando anche il contributo di Tom Morello, il cui riff non era tuttavia all’altezza del precedente (And So It Went). La verità è, ed è sempre stata, dai tempi di Bill Haley, Elvis, Chuck Berry e Little Richard, che non basta vestirsi di pelle e mettersi in posa su una motocicletta, non basta cantare “fuck this” e “fuck that”, cristo santo non bastano neanche i chitarroni distorti, l’essenza del rock è ineffabile e va afferrata prima di tutto nella sua sincerità, che è una caratteristica che qui – a prescindere poi dalle tragedie vissute da questi ragazzi, che siano l’aver perso prematuramente degli amici o qualunque altra cosa possa capitargli nella vita privata – è ciò che manca completamente.

E poi ancora non basta una produzione vagamente infarcita di metallo (nu-metallo, a dirla tutta) per mascherare che molti dei pezzi sono semplicemente pezzi del pop banale che infesta le radio da decenni con un volume più alto (25 o Turning Gold si possono facilmente citare come esempi) e ballate come Rock And Roll Heaven – nuovamente quel dannato nome nel titolo – sono semplicemente pezzi di quel country imbarazzantemente banale che rese milionario Garth Brooks negli anni ’90. Ed è, come detto più volte, la banalità a essere il peccato mortale di “Death By Rock And Roll”, una puzza di inautentico e già sentito veramente assai ardua da redimere.

(2021, Century Media)

01 Death By Rock And Roll
02 Only Love Can Save Me Now (feat. Matt Cameron & Kim Thayil)
03 And So It Went (feat. Tom Morello)
04 25
05 My Bones
06 Got So High
07 Broomsticks
08 Witches Burn
09 Standing At The Wall
10 Turning Gold
11 Rock And Roll Heaven
12 Harley Darling

IN BREVE: 1,5/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.

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