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Unknown Mortal Orchestra – Sex & Food

Portland, Berlin, Mexico City, Hanoi, South Korea, Auckland e Reykjavik. No, non sono date del tour prossimo venturo, sono invece le numerose città dove il nuovo, quarto album di studio dell’enigmatico ed eclettico Ruban Nielson è stato registrato. E, nel suo incedere folle, sembra appunto di viaggiare insieme a Nielson e i suoi, ma in una versione colorata, psichedelica, a tratti sibillina di questi posti meravigliosi.

Una straordinaria altalena sinestesica, pensata per infondere, come farebbe un maestro della cucina, sapori peculiari in ognuno di questi piatti. E Nielson, a volte pieno di quel hýbris che cita nel pezzo di apertura, osa, azzarda, rischia: si lancia nella pura furia hendrixiana (filtrata attraverso un ritmo quasi matematico reminiscente dei primi Queens Of The Stone Age) di American Guilt, che arriva dopo il delicato funk (ossimoro necessario, perdonatecelo) di Hunnybee e al piccolo quasi-interludio acustico folk di Chronos Feasts On His Children; questo incredibile rollercoaster dura per tutti e quarantatré i minuti di Sex & Food.

Guidati dalla chitarra del suo leader, gli Unknown Mortal Orchestra dimostrano estrema sicurezza dei propri mezzi e fanno pesare proprietà tecniche non comuni di questi tempi. Questo è un album, più dei propri predecessori, che fa risaltare le doti del trio, che passano da soluzioni armoniche e melodiche ardite (sentire il funk/r’n’b di Everybody Acts Crazy Nowadays per credere) alla lezione che Josh Homme impartì, inascoltato, col capolavoro “Songs For The Deaf” (2002), ovvero che la ripetizione di una frase musicale particolarmente centrata può essere sia tecnicamente esaltante che musicalmente ipnotica: qui accade in occasioni multiple, come in The Internet Of Love (That Way) o nella conclusiva If You’re Going To Break Yourself, nella quale l’autore ripete quasi compulsivamente “If you’re going to break yourself / You’re gonna break me”.

“Sex & Food” è un album carico di influenze, ma l’influenza principale sono gli Unknown Mortal Orchestra stessi: Nielson non riscrive inutilmente se stesso, ma reinterpreta le intenzioni dei dischi precedenti, facendole respirare in luoghi nuovi, facendole crescere come è cresciuta la band. Di conseguenza, questo diventa un disco principalmente indirizzato ai fan della band, a chi è già iniziato.

Chi non conosce la band probabilmente avrà reazioni polarizzate rispetto a “Sex & Food”, che obbiettivamente si lancia in costanti divagazioni ed estremizza il suono che era diventato quasi pop nel loro album forse più importante (il secondo, intitolato semplicemente “II”), accogliendo l’ascoltatore con un trio di pezzi che preparano il mutevole viaggio con immediate discese ardite e risalite stordite, tra l’intro tossica (e guidata dalla drum machine) di A God Called Hubris, lo psych rock furente di Major League Chemicals (guidata da una batteria hard rock) e infine la sognante e psichedelica Ministry Of Alienation, che si conclude con una coda di sassofono reminiscente dei Pink Floyd, ma che viene stroncata dopo pochi secondi.

Certamente un approccio tracotante ma, vivaddio, la gente modesta non avrà forse rotto un po’ il cazzo? Non sarebbe ora di risentire gli eroi che, con presunzione e superbia, osavano fino al punto di sbagliare nella peggiore delle ipotesi, ma che, nella migliore di queste ipotesi, trovavano la chiave per qualcosa di eterno? Un gioiello di rock chitarristico in anni in cui la destrezza tecnica viene quasi vista come un difetto, potrà sicuramente lasciare interdetti nella sua caleidoscopicità coloro che non conoscono già e apprezzano Nielson e i suoi, ma di certo renderà felici i suoi fan.

(2018, Jagjaguwar)

01 A God Called Hubris
02 Major League Chemicals
03 Ministry Of Alienation
04 Hunnybee
05 Chronos Feasts On His Children
06 American Guilt
07 The Internet Of Love (That Way)
09 This Doomsday
10 How Many Zeros
11 Not In Love We’re Just High
12 If You’re Going To Break Yourself

IN BREVE: 4,5/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.

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