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Waxahatchee – Saint Cloud

È un puzzle in costante movimento quello che ha accompagnato Waxahatchee sin dal suo esordio. A partire dal folk blues minimale di “American Weekend” (2012), Miss Crutchfield ha costantemente modificato il suo metodo di approccio sonoro, rimpolpando le strumentazioni in “Cerulean Salt” (2013),  giocando con i synth su “Ivy Tripp” (2015),  raggiungendo la tattilità ruvida tipica del grunge in “Out In The Storm” (2017). L’intimità del suo songwriting, però, non ha mai ceduto alle carezze demoniache dello showbiz, mantenendo un’acuta sensibilità e una personalità marcata.

Le relazioni emotive rappresentano da sempre una parte fondamentale della vita e dell’emisfero creativo di Waxahatchee, dal legame simbiotico con la sorella Allison, alla relazione con Kevin Morby, alla sua cerchia amicale, di cui difende gelosamente l’importanza delle frustrazioni condivise. Insieme a queste, l’amore incorporeo per la composizione musicale è un combustibile insaziabile che alimenta la sua sete curiosa e creativa. Queste due differenti forme di amore, come braccia immaginarie hanno sorretto Waxahatchee durante uno dei suoi momenti più bui, aiutandola a riprendere le redini di una vita stordita dall’alcool.

Saint Cloud, primo album post rehab, segna l’ennesima linea di confine, destinata probabilmente a cambiare ancora una volta il percorso dell’artista dell’Alabama. In questo senso, un album impregnato di un folk country ossuto ma ben curato nei dettagli diventa una mappa immaginaria che sfrutta luoghi, ricordi e suggestioni per mettere a fuoco la potenza delle relazioni. Si viaggia da Barcellona a Kansas City (OxbowFire) per raccontare da dove è iniziata la voglia di ripresa e la necessità fortissima dell’accettazione di se stessa. Un passaggio dal Portogallo innesca una scintilla per descrivere il rapporto tra due menti, amanti e creative allo stesso tempo e la meraviglia della reciproca scambievolezza tra le stesse (The Eye). A Birmigham (Arkadelphia) c’è l’adolescenza, mentre Ruby Falls celebra la libertà, l’amicizia, l’amore e una morte che ricorda la parabola di Patti Smith e Robert Mapplethorpe in “Just Kids”.

Il viaggio si ferma in Florida, a St. Cloud, minuscolo sobborgo di Orlando in cui è nato e cresciuto suo padre. Non solo i luoghi, anche le metafore aiutano ancora una volta a mappare i pensieri tortuosi, come Lilacs, un modo per riflettere su come si faccia poco caso ai cambiamenti dilatati nel tempo, o Witches in cui si è con sorelle e amiche come in una cricca di streghe che condividono pensieri oscuri. La produzione di Brad Cook completa un disco ottimo, in cui i toni sono acustici ma i chiaro scuri splendidamente elettrici.

Ma ciò che davvero fa la differenza in una personalità come quella di Katie Crutchfield è la sua capacità di essere una e altre cento al tempo stesso, come fosse uno spettro elettromagnetico in cui la capacità di percepirne ogni sfumatura si trasforma in un’interessante sfida per chi ascolta.

(2020, Merge)

01 Oxbow
02 Can’t Do Much
03 Fire
04 Lilacs
05 The Eye
06 Hell
07 Witches
08 War
09 Arkadelphia
10 Ruby Falls
11 St. CloudI

N BREVE: 4/5

Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.

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