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White Denim – Performance

È abbastanza chiaro che con i “salvatori del rock ‘n’ roll” ci siamo un po’ tutti rotti i cabbasisi; i nuovi Led Zeppelin, i nuovi Queen, i nuovi stocazzo. È chiaro altrettanto che il rock (strettamente inteso come genere, ché poi ci sono quelli che se ne escono con “il rock è un’attitudine”, che sono pure peggio di quelli dei nuovi Zeppelin, nuovi Queen e nuovi stocazzo) non viva un momento particolarmente felice: scarsità di eroi, scarsità di idee e soprattutto scarsità di artisti che coniughino un suono accessibile, totalmente mainstream, con un alto livello qualitativo. Insomma, per parlare più chiaro, le poche cose buone rimaste nel rock vivono nel sottosuolo e non per complotti o roba del genere, ma perché sono più sofisticate di ciò che l’ascoltatore medio tende a sopportare, o più rumorose, o meno orecchiabili. Insomma, sono meno facili da inserire in quel vecchio gioco (vecchio come il cucco: lo faceva Alan Freed col rock di Billy Haley e lo facevano i produttori della Tin Pan Alley prima di lui) di far passare in radio i pezzi centinaia di volte, al fine di far vendere tante copie.

In questo contesto di un genere che ha ormai poco da dire e che non riscontra lo stesso gradimento di hip hop, r’n’b, pop o persino jazz e neo soul se non nelle sue forme “nostalgiche” (ristampe, reunion, etc.) si inseriscono gli ormai veterani White Denim, che più o meno da dieci anni ci allietano con una sincera cazzoneria, live show furiosi e una sequela di album che meriterebbero ben più sontuosi palcoscenici.

Ancora più ben prodotto (forse troppo?) e limato di “Stiff” del 2016, Performance si apre con un pezzo probabilmente programmatico di una nuova fase: Magazin, reminiscente dei recenti exploit solisti di Dan Auerbach – ma con un livello qualitativo e compositivo che il cantante/chitarrista dei Black Keys ha difficilmente raggiunto in questi ultimi anni – suona orecchiabile, smussata, ma aggressiva; inoltre spinge sulla psichedelia ricordando vagamente Tame Impala e Pond, ma senza perdere l’identità sonora ormai consolidata della band texana. Il resto di “Performance” prosegue su una linea simile, mescolando progressioni armoniche familiari (Fine Slime, dal video strepitosamente psichedelico, It Might Get Dark) a psichedelia vagamente jazzata (Backseat Driver, Sky Beaming).

Il risultato è un ennesimo grande album in un genere ormai difficilmente rivoluzionabile o atto a fornire grandissime sorprese o che addirittura abbia bisogno di salvatori; se la domanda è “è possibile fare musica rock interessante, valida, ben suonata e che non sia un totale riciclo di idee vecchie?”, la risposta è certamente sì e i White Denim ne sono prova da anni. Se la domanda invece dovesse contenere le parole “rock”, “salvatori”, la risposta è “perdio ascoltate quello che cazzo vi pare e non vi fate turlupinare”.

(2018, City Slang)

01 Magazin
02 Performance
03 Fine Slime
04 Double Death
05 Moves On
06 It Might Get Dark
07 Sky Beaming
08 Backseat Driver
09 Good News

IN BREVE: 4/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.

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