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White Lies – As I Try Not To Fall Apart

Gli anni Ottanta sono da sempre un punto cardine per le produzioni dei White Lies, e l’attuale As I Try Not To Fall Apart è un vero trionfo eighties in chiave moderna, sia per le innumerevoli influenze e richiami all’interno delle trame dei dieci brani, che comprendono, oltre agli immancabili Talking Heads e Joy Division, i più morbidi Psychedelic Furs, Tears For Fears, gli eclettici Talk Talk e Wire, fino ai più oscuri Cure, Echo & The Bunnymen e Depeche Mode, sia per quanto riguarda l’estetica e i dettagli dei videoclip dei singoli.

La macchina retrofuturistica del terzetto guidato da Harry McVeigh prende il via dai ritmi coinvolgenti dell’apertura dance punk di Am I Really Going To Die, molto vicina agli attuali colleghi di “post punk revival” Franz Ferdinand, con impercettibili venature dei Genesis di “Invisible Touch” (1986) capitanati da Phil Collins (non i migliori in senso qualitativo, ma sicuramente quelli che hanno venduto di più), e della successiva As I Try Not To Fall Apart, che parla dell’accettazione delle proprie fragilità, leitmotiv dell’intero lavoro. Più quieti sono i toni e i synth di Breathe, caratterizzata dalla linea di basso in bella vista ed echi dei Simple Minds della seconda metà degli eighties, a cui fa seguito uno dei pezzi di spicco del disco, il ben congegnato anthem I Don’t Want To Go To Mars, nel quale a riprendersi la scena sono le chitarre lontane intrecciate ai sintetizzatori.

Il passo ritmato di Step Outside rappresenta la massima espressione synth pop all’interno dell’album (forse uno dei pochi colpi non andato perfettamente a segno), mentre ad inaugurare la seconda metà del percorso sono i quasi sette minuti dell’interessante Roll December, introdotta da un tappeto di melodie sintetiche che vengono gradualmente oscurate da basso e batteria pesanti in primo piano, fino ad un’inaspettata rimonta “elettrica” delle chitarre nel ritornello e nel finale sfrenato, dove uno dei riff in chiusura è quello di una “Inbetween Days” incattivita e velocizzata. L’ombra dei primi Cure si protende nelle atmosfere scure di Ragworm, insieme a quella degli Echo & The Bunnymen, a cui seguono i giri di batteria della trionfale Blue Drift, dove si nascondono dei forti rimandi alla ben nota “Enjoy The Silence” dei Depeche Mode, un po’ più visibili nel ritornello, e una strizzatina d’occhio di nuovo ai Simple Minds.

Si avvia alla chiusura la lunga intro strumentale della minimale The End, anticamera dell’esplosiva There Is No Cure For It, in cui è presente il flebile e appena percettibile contributo di un sax. Ben confezionato ed equilibrato, “As I Try Not To Fall Apart” è un buon compromesso tra melodie orecchiabili, scelte intelligenti (frutto di un valido studio degli artisti del passato, “effetto nostalgia” escluso, fortunatamente) e un discreto miglioramento in materia di songwriting, e può essere tranquillamente considerato tra i migliori album in carriera del trio inglese. Paradossalmente, sembra che imparare ad accettare i propri limiti a volte possa condurre al più soddisfacente dei risultati.

(2022, PIAS)

01 Am I Really Going To Die
02 As I Try Not To Fall Apart
03 Breathe
04 I Don’t Want To Go To Mars
05 Step Outside
06 Roll December
07 Ragworm
08 Blue Drift
09 The End
10 There Is No Cure For It

IN BREVE: 3,5/5

Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.

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