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Gli Alice In Chains e il testamento senza spina di Layne Staley

Il corpo di Layne Staley, martoriato dall’eroina e dagli abusi, fu trovato il 19 Aprile del 2002 nella sua casa di Seattle, due settimane dopo quella che venne stimata dalle autorità come la data effettiva della morte, ovvero il 5 Aprile. Overdose, a esattamente otto anni dalla per certi versi assimilabile fine di Kurt Cobain. Ma Layne aveva formalmente smesso di vivere già parecchio tempo prima, un preciso giorno del 1996, il 29 Ottobre, quando Demri Lara Parrott, sua ex fidanzata e gancio che lo teneva ancorato alla vita, aveva perso la sua battaglia tossica. Fu una botta tremenda per il fragile equilibrio psicofisico di Layne, che da quel momento in poi scelse di ritirarsi definitivamente dalle scene, quasi a voler percorrere in solitudine − come peraltro fece − quel tunnel buio che anche lui sapeva benissimo dove stesse conducendo. Inesorabilmente.

E gli Alice In Chains? La band era praticamente ferma da un paio d’anni abbondanti quando un po’ di mesi prima, il 10 Aprile di quello stesso anno, decisero di rispondere alla chiamata di MTV per registrare anche loro un live acustico per la serie degli Unplugged. Layne si presenta in uno stato fisico ai limiti del collasso, intuibile già dal suo ingresso in scena quando le prime note di Nutshell si stanno già diffondendo in sala: magro da far paura, occhi spenti nascosti dietro gli occhiali da sole, sguardo sempre rivolto verso il basso, denti marci e una fatica immane in ogni seppur piccolo movimento. Layne ha difficoltà anche solo a ricordare i suoi testi, l’amico Jerry Cantrell lo supporta con la voce nei tanti momenti di indecisione della serata, così come il pubblico che non lesina a più riprese applausi scroscianti. Perché tutti lì, anche gli amici Metallica seduti in prima fila, sapevano che quello non era più un uomo, era un’ombra.

Nonostante questo, nonostante le imperfezioni, quello che poteva essere un disastro si trasforma in una delle migliori testimonianze live della storia del rock, per un motivo tristemente semplice: Layne Staley quella sera, lì sul palco del Majestic Theatre di Brooklyn, non stava solo eseguendo le canzoni della sua band, non stava solo partecipando a delle riprese televisive per tirarne fuori un CD e una VHS. Layne stava letteralmente facendo testamento, stava tirando fuori dal suo corpo gracile e provato tutti i demoni che lo accompagnavano da ormai troppi anni, stava facendo una confessione pagana, un’espiazione pubblica di una vita deturpata dalle droghe.

L’intensità della performance di Staley, il dolore vero, reale, tangibile che trasudano le sue parole in queste registrazioni, sono qualcosa di non riproducibile artificialmente, qualcosa impossibile da esternare senza esserci dentro fino al collo e oltre in quel buco nero. La veste acustica dei pezzi, spogliati di ogni aggressività grunge e ridotti all’osso, non fa altro che accentuarne i significati, le corde di Cantrell e la sezione ritmica appena accennata di Mike Inez e Sean Kinney stanno sullo sfondo, mai invasive, mentre Layne si racconta per l’ultima dannata volta. In realtà non fu questa l’ultima apparizione di Staley con la band (avvenne alla Kemper Arena di Kansas City il 3 Luglio, poche settimane prima della pubblicazione del disco), ma nella sostanza fu quel giorno che Layne Staley disse addio agli Alice In Chains, al pubblico, alla musica, alla vita.

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