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Le lacrime si asciugano da sole: Back To Black, il testamento di Amy Winehouse

Togliendole di mano la chitarra, mettendole in testa un beehivee addosso dei vestitini anni ’60 come la sua capigliatura, a un certo punto è come se fosse apparsa un’altra Amy. La ragazza insicura in jeans e maglietta che aveva scritto e eseguito un meraviglioso disco di jazz pop moderno, originale, brillante, dall’apparato armonico complesso e che nei live prendeva forme spesso diverse, variabili, estese, era diventata una macchina da guerra: perfettamente abbigliata, truccata e acconciata, con una scenografia di palco ben precisa, musicisti in divisa (un frac nero, con cravatta nera e camicia bianca) e un set calcolato in modo devastante, nel quale le uniche costanti sorprese erano le peculiari esecuzioni vocali della cantante, che in nessun caso imbracciava la (sua) chitarra. Quella Amy, dallo sguardo sicuro e triste, è quella che il mondo conosce meglio, non quella in salute, sorridente, casual e coi capelli lunghi di poco tempo prima. Amata, venerata, inseguita, derisa, perseguitata, adorata. 

C’è un episodio ormai vecchio di quel capolavoro che è “South Park”, intitolato “Britney’s New Look”, che mostra l’ossessione dei paparazzi e del pubblico per ogni minimo, imbarazzante dettaglio della vita della popstar americana; al punto da portarla al suicidio. Britney rimane senza testa dopo una fucilata, ma miracolosamente in vita: i paparazzi, tuttavia, continuano ad assillarla e perseguitarla come se niente fosse. Quell’episodio, oltre a essere terribilmente premonitore in modo metaforico del futuro della star di “Baby One More Time”, descrive perfettamente quanto accaduto ad Amy.

Nel bellissimo documentario di Asif Kapadia (“Amy”, del 2015) le scene di appostamento sotto il suo appartamento di Camden Town e l’accerchiamento costante che viveva la giovane cantautrice sono terrificanti pensando alla conseguenza finale di quell’ossessione pubblica sulla sua salute mentale. Una sorte che ha condiviso con altre giovani, popolari artiste e che oggi, un paio di decenni dopo, non accenna a migliorare, anzi, è palesemente peggiorata a causa dei social, ove la costante necessità di alimentare algoritmi famelici porta gli artisti, le popstar, i musicisti, a dover essere paparazzi di se stessi, in un vano tentativo di controllare la narrativa. Ma questa è la tragica fine di questa storia, sicuramente conosciuta, probabilmente non analizzata a sufficienza nella sua tragicità e nelle sue reali responsabilità, molto fuori dalla nostra competenza. L’inizio della storia è una storia di cocktail tremendi (il “Rickstasy”, inventato da Amy: 3 parti di vodka, 1 di Southern Comfort, 1 di liquore alla banana e 1 di Baileys, se proprio aveste gana di provarlo) e delusioni d’amore, in particolare per il suo futuro marito, il discutibile Blake Fielder-Civil, noto per averla in seguito introdotta alle droghe pesanti, che all’epoca l’aveva lasciata per stare con un’altra donna.

Una storia di amore per il pop anni ’60 delle girl band, in particolare per le Shangri-Las e le Ronettes (dalla cui cantante principale, Ronnie Spector, prese la famosa acconciatura), una storia di una ragazza dal talento spropositato che scrive un disco semplicemente perfetto, uno di quelli in cui ogni pezzo è leggenda, come solo pochissimi nella storia hanno fatto, e non gente da poco: i Cobain, Lennon, McCartney, Jagger, Richards. Un album da undici potenziali singoli di successo, per chi si ricorda ancora cosa fossero i singoli. Un album dalle collaborazioni perfette: quella con l’anima gemella musicale Salaam Remi, già produttore di “Frank” (2003); quella con i Dap Kings, la band nota per essere guidata da Sharon Jones e abilissimi nel soul revival senza essere semplicemente dei nostalgici imitatori; e quella con una giovane ed emergente star della produzione mondiale, Mark Ronson, che qui entra in gioco come produttore di mezzo LP e co-autore proprio di Back To Black. E l’influenza di quest’ultimo modernizza le strutture e i suoni, dando unicità a You Know I’m No Good o Rehab.

Già, Rehab, la riabilitazione alla quale Amy disse no, no, no. E giù risate: “She should’ve said yes, yes, yes!”, la battuta che accompagnava i monologhi comici delle trasmissioni del late night americano o britannico, mentre la più brillante stella degli ultimi trent’anni di pop si faceva a pezzi da sola. Non un istante di pietà, no: mors tua vita mea, cara Winehouse, you’re the butt of the joke, il muro basso della battuta del comico da stand-up. Il brano, in sé, è di una perfezione quasi imbarazzante. Primo singolo, successo incontenibile che travolge Amy e tutti noi: quelli che la amavano in Frank neanche la riconoscono. A distanza di anni “Back To Black” non ha perso niente della sua perfezione e della sua freschezza: un suono senza tempo che fa sì che non risulti mai datato, una combinazione di brani pop ripetibili e rigiocabili all’infinito (Jagger ha piazzato pochi mesi fa una cover di You Know I’m No Good nel nuovo album dei Rolling Stones) e di sofisticati pezzi di ispirazione Vandrossiana e di tutto quel soul sofisticato dei due pilastri che Amy stessa cita proprio in Rehab: Donny Hathaway e Ray Charles.

Resta l’amaro in bocca, per l’ennesima volta, per un talento perso troppo presto. E possiamo fare tutte le illazioni del mondo su come sia stato folle rimettere una ragazza in evidente difficoltà fisica e mentale a girare l’Europa in tour, facendole portare in giro pezzi che aveva esaurito nella sua mente. Qualcuno ricorderà la tragica e unica performance che aprì e concluse il tour nel 2011 a Belgrado, dov’era completamente ubriaca e, con un ghigno sul volto, quasi a voler sottolineare il dispetto fatto a chi l’aveva obbligata ad andare, come una bimba capricciosa. Ma capricciosa non era. Era solo una ragazza fatta a pezzi dalla pressione, al limite del crollo psicologico, il cui unico desiderio poi testimoniato da chiamate e lettere era andare negli Stati Uniti per lavorare con Salaam Remi al nuovo album, a nuovi pezzi, invece di rivivere l’incubo di tour devastanti e concerti sempre uguali e sempre, progressivamente peggiori, più insalubri, più noiosi, ove l’improvvisazione vocale si era lentamente trasformata in strazio.

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.
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