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Ocean Songs: il naufragare dolce dei Dirty Three

I Dirty Three sono stati tra i gruppi più originali, continui e incisivi degli anni ’90. Ma non sempre viene detto così apertamente. All’interno della miniera post rock, anzi, non figurano quasi mai in un Olimpo del quale dovrebbero essere, se non locatari, quantomeno inquilini ingombranti. Dal 1994 al 2000, con cinque uscite in sei anni, il trio ha letteralmente consegnato alla storia la discografia forse più memorabilmente longeva del genere, piegando a sé un suono sempre peculiare e diverso. Nel 1998, venticinque primavere or sono, danno alle stampe quello che all’unanimità è considerato il loro manifesto, un concept sul mare anzi: sull’oceano – Ocean Songs. Indubbiamente un progetto, già sulla carta, più ambizioso rispetto ai pur bellissimi predecessori.

La produzione è affidata a Steve Albini (che a quei tempi era come mettere i soldi in banca), gli studi sono a Chicago: ben lontani dalla natia Australia ma – soprattutto – vicini al Lake Michigan piuttosto che al Pacifico. Nessuno sembra accusare la cosa. Quel blu, quella vastità, quelle stelle – li portano già i musicisti in abbondanza. Perché Mick Turner, Jim White e il più giovane Warren Ellis vivono un momento di simbiosi creativa assai raro da declinare così in musica. Un’ispirazione che li condurrà, in poche settimane, a partorire un album seminale e senza tempo. A garantire un invecchiamento più lento, rispetto ai colleghi, è il loro campionario di (chiari ed efficaci) riferimenti novecenteschi. Rock, certo, ma pure free jazz, folk, blues, psichedelia; musica da camera. Un melting pot intelligentissimo e sublime.

L’opera salpa, tenuemente, dal porto Sirena: coi piatti a dare la prima spinta verso il largo. In questi iniziali quattro minuti si definiscono già i ruoli degli strumenti. La chitarra è il vento, la batteria la nave; il violino, semplicemente, le onde. Ma si potrebbe vagheggiare all’infinito, scorgere ognuno un protagonista differente dell’immaginario marittimo. Il risultato non cambia. Per più di un’ora, l’umore compositivo vira da attimi d’incommensurabile tenerezza a tempeste benevole, delle quali innamorarsi perdutamente. La progressione dei due brani più lunghi del lotto, Authentic Celestial Music e Deep Waters, chiarisce perfettamente questa direzione. Tra necessari respiri (Last Horse In The Sand, Black Tide) e pennellate oscure (Distant Shore, Sea Above, Sky Below) si giunge alle colonne d’Ercole con l’ausilio del pianoforte suonato da David Grubbs (Squirrel Bait, Bastro, Gastr Del Sol) nell’arrendevole Ends Of The Earth. E il naufragare non è mai stato più dolce.

È inevitabile associare i Dirty Three, anzitutto, alla voce unica del violino di Warren Ellis. Per immediato impatto, carriera, caratura. Eppure abbiamo cercato di evitarlo. Se avessimo truccato la bilancia per dare più rilievo all’ormai principale sodale di Nick Cave, avremmo fatto un torto a una formazione così scarna ma così incredibilmente coesa. A un’esperienza emotiva difficile da non associare alle migliori sensazioni possibili. Magia e maestria si fondono. Malinconia e marea. L’episodio successivo avrà un titolo stupendo: “Whatever You Love, You Are” (2000). Beato chi è, almeno in parte, una canzone dell’oceano.

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