Home RETROSPETTIVE Wretch e i germi dello stoner dei Kyuss

Wretch e i germi dello stoner dei Kyuss

I Kyuss hanno rappresentato come poche altre band nella storia del rock il loro mondo di provenienza, ovvero Palm Desert con le sue palme, i suoi cactus, i suoi deserti a perdita d’occhio, il rombo di decappottabili sgangherate e il rumore di ammortizzatori ai limiti della loro vita. John Garcia (voce), Josh Homme (chitarra), Brant Bjork (batteria) e Nick Oliveri (basso) fecero questo, uscendo da una scena che vedeva decine di band esibirsi in mezzo al deserto, sulle spiagge e in qualsiasi altro luogo lontano dai centri nevralgici creativi del periodo e portando il loro sound imponente, mastodontico dove potesse essere ascoltato da una vera platea.

Prima di segnare la storia, però, i Kyuss avevano esordito con Wretch, un album che non inquadra ancora del tutto le peculiarità di una formazione che in futuro avrebbe avuto più epigoni di quanti ascoltatori avesse avuto durante i pochi anni di attività. Lo stoner narcolettico e greve che li avrebbe fatti conoscere e diventare delle vere leggende, oltre che precursori di un intero modo di mettere il deserto in musica, in “Wretch” è infatti solo incidentalmente protagonista visto che la band, ancora per certi aspetti acerba, mette dentro a quest’esordio sulla lunga distanza un sacco delle influenze giovanili dei quattro, in primis il punk, che ad esempio in un pezzo dalle tinte Black Flag come Katzenjammer (che era stato anche il primissimo nome della band) viene fuori in modo prepotente, un modo per inciso mai più riproposto in queste vesti nei seguenti lavori dei Kyuss.

I germi di ciò che avrebbe delineato la rilevanza storica dei Kyuss ci sono comunque tutti anche in “Wretch”: Son Of A Bitch e The Law, giusto per dirne due, tracce che iniziano a percorrere i territori dilatati e polverosi che stanno alla base di ogni produzione stoner che si rispetti, conditi da una fortissima vena psichedelica. I riff granitici che s’inseguono senza mai prendersi davvero, l’atmosfera che si fa via via sempre più pesante e sabbathiana e i minuti che si sommano uno dopo l’altro (sei per Son Of A Bitch, quasi otto per The Law, non a caso le tracce più lunghe dell’album) lasciando però l’ascoltatore immobile a farsi investire da un groove demoniaco. Per il resto sono orde di feedback che attraversano il disco da cima a fondo, da (Beginning Of What’s About To Happen) Hwy 74 che dà inizio alle ostilità a quel gorgo che è la strumentale Stage III posta in chiusura.

Inutile sottolineare come il fulcro dei Kyuss e quindi di “Wretch” stesse tutto in due elementi fondamentali: la chitarra dalla forte impronta garage di Josh Homme, autore della maggior parte delle tracce contenute nel debutto della band, e la batteria di Brant Bjork, vero e proprio motore propulsivo dei Kyuss e artefice principale del sound primordiale della band, cupo e profondo, un sound segnato in modo prepotente da un utilizzo dei piatti che da lì in poi avrebbe marchiato a fuoco tutto l’alternative rock a venire. E poi la voce di Garcia che, mai davvero protagonista (si tratta con ogni probabilità di uno dei lead singer meno influenti di sempre all’interno della sua stessa band), aggiunge un tocco di marciume ai Kyuss, mentre Oliveri stupra il suo basso nel tentativo continuo di stare al passo di Bjork.

Nonostante la musica dei Kyuss abbia sempre avuto tra le sue principali caratteristiche la grezzezza e una produzione volutamente lo-fi, in “Wretch” quest’aspetto risulta evidentemente non del tutto voluto ma dettato più dalle scelte di musicisti non ancora nel pieno della loro maturità artistica, tanto da far naufragare il disco in alcuni passaggi dal sapore di demo (vedi Black Widow o Big Bikes). Il risultato è un lavoro che ha il merito di aver gettato le basi di un’esperienza tra le più influenti del rock degli anni Novanta, incanalando soprattutto Homme e Bjork verso la scoperta delle proprie capacità compositive, ma che sfigura nettamente al cospetto di ciò che i Kyuss sarebbero riusciti a proporre a stretto giro con “Blues For The Red Sun” (1992) e “Welcome To Sky Valley” (1994), il vero oggetto di venerazione della storia del desert rock.

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