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Slint: 30 anni di Spiderland

Potrebbe essere qualsiasi stagione. Potrebbe essere freddo o caldo asfissiante. Sarebbe indifferente. Quattro ragazzi immersi in un lago di cava dell’Indiana (in uno scatto in bianco e nero) racconta il nulla e il tutto. Il nulla: l’Indiana che ha la faccia della luna. Il tutto: il brodo primordiale di un gruppo e di un momento storico. Ma quando Will Oldham (sì, il principe Bonnie Billy) scatta quella foto agli Slint non pensa a nulla di tutto ciò. Tastandosi di continuo il nido d’uccello che ha per barba, avrà cazzeggiato come al suo solito. Ne viene fuori però un ritratto e una copertina involontaria. Spiderland arriva in giro il 27 Marzo del 1991 ed è come quando una briciola di meteorite si poggia per terra. Un disco sconosciuto per un gruppo sconosciuto. O meglio, conosciuto a chi doveva conoscerlo, ovvero quella scena vivissima a Louisville che, tra fine Ottanta e inizio Novanta, inizia ad accendere micce. Una piccola Seattle con un piccolo Grunge negli stessi anni in cui le riviste patinate americane mettono in copertina Kurt Cobain. Ma in Kentucky la faccenda è diversa. I gruppi disintegrano le canzoni. Le accelerano e poi le rallentano con decisione. Il suono di Lousville vive di queste contraddizioni cinetiche. Veloce o lentissimo. D’altronde da quelle parti è nato il Cassius Clay di “vola come una farfalla, pungi come un’ape”, il pugile più forte della storia (anche) per questa successione miracolosa di potenza e leggerezza. D’altronde da Louisville viene il bourbon più buono, il whisky così dolce da colpirti senza che neanche te ne accorga. 

Dunque, quando si immergono nel lago gli Slint non sanno che quello che ne nascerà sarebbe stato un disco da rivoluzione lenta. Prima però c’era stato “Tweez”. Nove pezzi intitolati con nove nomi dedicati a nove persone care (otto più un cane in realtà). Ventinove minuti di spigoli, hardcore, segatura, una tavola per nulla levigata. Ma soprattutto un disco di ragazzi che, una volta finita la pacchia, se ne tornano ognuno alle proprie occupazioni. Alcuni all’università, altri a capire cosa combinare di buono nella vita. Gli Slint non esistono più, ma non erano mai esistiti. Britt Walford e Brian McMahan si vedono ogni tanto a un tavolo di una caffetteria. Torta di mele e caffè. Fuori gli anni Novanta appena arrivati. La musica scorre a Louisville. Scivola sulla superficie di ogni vetrina. E allora ci si rimettono giù quasi per inerzia. Il gruppo nel frattempo ha perso Ethan Buckler e ha accolto Todd Brashear, il bassista giusto al basso giusto, e soprattutto ha detto a Brian Paulson che c’è della musica da registrare.

Quando entrano al River North Records gli Slint hanno sei pezzi abbozzati con McMahan intento a concludere i testi seduta stante. Paulson racconta così quelle ore: “Era strano… ricordo di essermi seduto lì, sapevo solo che si muoveva qualcosa in tal senso, ma non avevo mai sentito niente del genere”. Quel “mai sentito” di cui parla Paulson è ciò che più innocentemente il fratellino di McMahan, sentendo le tapes, aveva definito “roba da ragni”.

“Spiderland” viene registrato in quattro giorni ed è una ragnatela secreta e srotolata ad avvolgere sei canzoni nere come l’inchiostro. Stavolta McMahan non scrive di genitori o amici, stavolta gli Slint non sono un gruppo di ragazzi nel dopolavoro. Stavolta le canzoni sono impressionanti quadri d’arte nuova. Incomprensibili ai più, scostanti. Pennellati di tutto e nulla, di rock e non rock (“post rock” secondo una definizione molto più tarda), di voce e non canto. Grovigli di chitarra invece che riff. Certi sogni tramutati in lyrics. Certe ossessioni tramutate in canzoni. Certe assonanze che diventano musica. Un insetto intrappolato destinato a una fine inevitabile.

La circolarità maniacale di Breadcrumb Trail, il pezzo che inaugura il disco, è il lasciapassare. Memorabile nella sua apertura ma chiuso come il più duro dei ricci. Un sentiero segnato da briciole di pane ma dal finale aperto. Una favola al contrario, insomma. Nosferatu Man invece srotola la pergamena con il biglietto da visita del vampiro: “Vivo in un castello, sono un principe, durante il giorno cerco di soddisfare la mia regina”. Chitarre frantumate in granelli, gotiche, aggressive ci consegnano un David Pajo con le gocce di sudore sulle braccia. Del pezzo ti arriva il bruciore del morso. E il bianco del collo. Il parlato di McMahan è il flusso di coscienza di questo Nosferatu affamato. Quando poi arriva Don, Aman gli Slint si cimentano nella costruzione plastica di un sogno. Lento/veloce. Una bolla dalle pareti leggerissime. Don, il protagonista della canzone, forse un uomo comune, forse tutti gli uomini del mondo, galleggia in uno stato d’animo tutto suo, anzi in tutti gli stati d’animi del mondo. 

“Come nuotare sott’acqua nel buio
Come camminare in una casa vuota”

Don è in fuga da qualcosa. Piomba un fulmine sulla scena che riverbera come una chitarra. Un temporale scroscia sulla testa di Don e diminuisce lentamente nelle gocce di Washer. Una canzone, invece, d’amore. Una canzone d’amore a pochi minuti dalla fine del mondo, più precisamente. Washer è la lettera d’addio al mondo. Una ninna nanna al chiaro di una luna morsicata. Il tentativo di ripulirsi del nero. 

“Buonanotte amore mio, ricordati di me quando ti addormenti, riempi le tasche della polvere e dei ricordi che escono dalle mie scarpe”

Chi parla tiene per mano la sua ragazza, ma sa che al suo risveglio il mondo potrebbe non esserci più. La canzone si regge su un sottilissimo filo di chitarra, un arpeggio triste, sottile e bellissimo. Ma la notte inizia a ribollire di nuovo smuovendo vento e tempesta. Britt Walford con la batteria accompagna il crepitio fino all’esplosione, forte, atroce, di un cataclisma. E mentre il mondo finisce, mentre il cielo assume un colore sconosciuto, una voce implora: “Promettimi che il sole sorgerà di nuovo”

Il preludio di For Dinner… serve solo per allineare le tavole chiodate del galeone su cui naviga il finale di Good Morning, Captain. Un’avventura salata nel disastro. Il ragno mastica la sua tela. Gli alberi della nave sferzati dal nubifragio. L’urlo definitivo forse di un padre. 

“Scusa, mi mancherai”

Una nave alla deriva. Distrutta. Senza futuro. Sprofondata negli abissi al culmine della sua navigazione. Nessuna metafora migliore racconterebbe gli stessi Slint un minuto dopo la fine di questo disco.

DATA D’USCITA: 27 Marzo 1991
ETICHETTA: Touch And Go

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