
Caso più unico che raro nella storia della musica, quello di Syd Barrett. No, non parliamo solo del suo talento e delle sue visioni, chiaramente molto sopra la media di quasi chiunque altro si sia mai cimentato nella scrittura di musica. Parliamo della sua influenza, del modo in cui la sua assenza, sebbene non fisica e non definitiva, quantomeno non nell’immediato, abbia continuato a incidere in maniera così decisiva sulle sorti della sua ex band, oltre che di migliaia di altre esperienze artistiche venute dopo di lui. I Pink Floyd, che Barrett aveva fondato e indirizzato verso l’immortalità, devono tantissimo a lui e non soltanto per quei due meravigliosi gioielli psichedelici che furono The Piper At The Gates Of Dawn (1967) e A Saurceful Of Secrets (1968), i primi due capitoli di una saga a dir poco epica. La sua presenza/assenza ha attanagliato la creatività degli altri quattro, Roger Waters e David Gilmour in testa, praticamente dal primo all’ultimo momento della vita della band e anche oltre. Il dispiacere per un talento perso nei meandri delle sostanze lisergiche e della malattia mentale, un amico abbandonato in cambio di una storia incredibile ma anche di un rimorso imperituro.
Quando nel 1968 i Pink Floyd decidono di andare avanti senza la sua inaffidabile e problematica presenza, sostituendo il suo genio con l’ambizione di quattro musicisti eccezionali e di una band in rampa di lancio, Syd aveva già varcato da un pezzo un confine che l’aveva portato dall’altra parte. Non la morte del fisico, quella sarebbe avvenuta solo più tardi nel pressoché totale silenzio del mondo intorno a lui, ma una sorta di virtuale click sull’interruttore delle sue facoltà psichiche. La corrente che continua ancora un po’ a scorrere lungo i cavi, sforzandosi di tenere accesso un cervello irrimediabilmente intorpidito. Le connessioni con l’esterno che si affievoliscono sempre di più fino ad azzerarsi. E da lì in poi un lungo, progressivo ed inesorabile spegnimento che si sarebbe definitivamente compiuto il 7 Luglio del 2006 con l’addio anche al corpo di Syd, l’atto finale di un processo irreversibile.
Nel frattempo quasi quarant’anni di apparizioni sporadiche come fosse un fantasma sempre pronto ad aleggiare sui luoghi che una volta gli erano appartenuti, di giornalisti appostati davanti alla sua casa di Cambridge per carpirgli qualche parola o rubare una foto del suo corpo ormai gonfio e di quella testa rasata che aveva preso il posto della chioma scompigliata di un tempo, quasi quarant’anni di articoli, di interpretazioni, di domande su di lui poste troppo spesso agli altri quattro Pink Floyd. Domande le cui risposte hanno sempre avuto un sapore amaro, una ferita evidentemente mai chiusa del tutto che ha continuato a far male molto a lungo, risposte che hanno sempre sottolineato la drammaticità di una vicenda e di una condizione umana che, nella sostanza, aveva ben poco della seppur comprensibile mitizzazione fatta dai fan e delle mille leggende nate sul conto di Syd. L’uso a dir poco eccessivo di LSD e altre sostanze, le pressioni di un successo che iniziava a bruciargli fra le mani, sono stati il detonatore di qualcosa che Syd aveva dentro di sé da molto prima della musica e della band.
Per tutti questi motivi l’eredità lasciata da Syd Barrett è di quelle pesanti come un macigno, nonostante i soli due album con i Pink Floyd, due dischi (specie il primo) che hanno contribuito in modo determinante a scrivere la storia della psichedelia, e i soli due album da solista (aiutato ad ultimarli proprio dagli ex compagni di band martoriati dal senso di colpa), lo splendido The Madcap Laughs e Barrett, entrambi usciti nel 1970, più una manciata di altri brani vari ed eventuali. Una discografia oggettivamente esigua che, mai come in questo caso, conferma il detto “quality over quantity” e di cui a seguire vi diamo un breve e ovviamente non esaustivo assaggio: