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Arcade Fire – 05/07/2011 – Milano – Arena Civica

A parte i propri (duri e puri) specifici gusti musicali, quali sono gli artisti che hanno caratterizzato le rispettive epoche, lasciando il segno in termini di contributo alla storia della musica rock? Scusandomi per le clamorose omissioni (tra cui tanti musicisti che purtroppo non hanno mai avuto il grande successo che avrebbero meritato), potrei azzardare qualche nome per decennio. Anni ’50: Elvis Presley. Anni ’60: Beatles e Rolling Stones. Anni ’70: Pink Floyd, Led Zeppelin, Sex Pistols. Anni ’80: U2, Cure, Depeche Mode. Anni ’90: Nirvana e Radiohead. E gli anni duemila (orribile modo per definire lo scorso decennio)? Il tempo dirà, ma a parte i Sigur Ros (che certamente rock non sono), l’unica band che si può menzionare con una certa sicurezza sono gli Arcade Fire. E non potrebbe essere altrimenti: totalmente ignorati dai nostri media musicali (ditemi le volte che li avete sentiti alla radio o visti su MTV…), dopo appena tre album riescono ad attirare oltre seimila persone all’Arena di Milano, alla modica cifra di 43 euro, con un altro concerto italiano alle porte. Ho snocciolato queste cifre perchè se si raggiungono questi numeri con una promozione mediatica pari allo zero, vuol dire che dietro c’è la presenza di qualcosa di straordinario: un movimento eterogeneo di appassionati che rimane stregato dalla musica dei canadesi, totalmente refrattari ad ogni tipo di moda, che certifica (se ce ne fosse ulteriore bisogno) come i ragazzi di Montreal stiano facendo la storia della musica in questi anni avari di reali novità. La serata, che fa parte del Milano Jazzin Festival (cartellone notevole, ma cosa c’entra con il jazz?) è aperta dagli australiani Cloud Control e dai White Lies. Se i primi risultano essere una piacevole sorpresa e meritano ascolti futuri più approfonditi, la band di Harry McVeigh è protagonista di una esibizione che merita la sufficienza, ma al contempo dimostra tutti i difetti degli inglesi. Il nuovo lavoro “Ritual” – al di là di qualche spunto interessante – non è certo all’altezza dell’ottimo disco d’esordio, ed i limiti live del gruppo fanno il resto: peccato, perchè si pensava ad un futuro migliore per una band invece condannata a fare da eterno sparring partner a colleghi più illustri, sulla scia degli Editors di un paio di anni fa.

E’ però doveroso spezzare una lancia in favore dei malcapitati White Lies: un conto è fare da band di supporto per Franz Ferdinand e Killers, un altro è aprire l’esibizione degli Arcade Fire, con i quali ogni paragone risulta assolutamente impietoso. Era la prima volta che assistevo ad un loro concerto, e vi garantisco che non è mai facile esprimere un parere su un live per il quale nutri già in partenza aspettative enormi: eppure il risultato della serata va oltre ogni più rosea previsione della vigilia. Va fatta prima di tutto una importante considerazione: questo è probabilmente il tour della definitiva consacrazione per i canadesi. Ai primi due splendidi album “Funeral” e “Neon Bible”, che con la loro musica epica e sognante avevano fatto già gridare al miracolo, si è aggiunto “The Suburbs”, un lavoro più introspettivo e vario, che non migliora la musica degli Arcade Fire, ma semplicemente la completa. Così, in una setlist priva di riempitivi e contraddistinta da un livello qualitativo altissimo, trovano spazio capolavori passati come la bucolica No Cars Go, le spettrali My Body Is A Cage e Intervention, ma anche brani nuovi come le rockeggianti Ready To Start e Month Of May, l’ipnotica Rococo e soprattutto The Suburbs, canzone manifesto dell’ultimo album, accompagnata dalle splendide immagini di Spike Jonze. Con una perfetta alternanza vocale tra Win Butler e Règine Chassagne, si arriva al gran finale: il perfetto binomio Neighborhood #3 (Power Out) Rebellion (Lies) ha visto (oltre alla presenza di una ventina di imbecilli che sentivano l’inspiegabile esigenza di pogare), William Butler rischiare seriamente la vita (arrampicatosi su una impalcatura laterale ad almeno quindici metri di altezza, ha continuato tranquillamente a suonare le percussioni come se nulla fosse). Dopo la classica e strategica prima uscita di scena, gli Arcade Fire ritornano per i bis, che mandano ulteriormente in estasi i presenti (sottoscritto compreso): dopo la corale Wake Up, tocca al pop elettronico di Sprawl II chiudere la serata. Una scelta coraggiosa, che dimostra l’ulteriore maturazione degli Arcade. Una scelta che premia, perchè risulta essere il brano più bello ed emozionante della serata, con Règine impegnata in un balletto colorato e delicato come la sua voce. Accesi i riflettori dell’Arena, dò un’occhiata agli sguardi che mi circondano: sono sguardi estasiati, sguardi riappacificati con se stessi, sguardi che non pensano al mutuo da pagare, al lavoro che manca o alla ragazza che ti ha mollato. La gente è felice, perchè ha partecipato – nel suo piccolo – ad un pezzo di storia della musica.

SETLIST: Ready To Start – Keep The Car Running – No Cars Go – Haïti – My Body Is A Cage – Crown Of Love – The Suburbs – Month Of May – Rococo – Intervention – Neighborhood #1 (Tunnels) – We Used To Wait – Neighborhood #3 (Power Out) – Rebellion (Lies) —encore— Wake Up – Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)

A cura di Karol Firrincieli

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