
Aidan sotto una pioggia a cassa dritta, un caos che precipita sottoforma di proiettili elettronici, You You You, canzone numero due di Half-Told Tales, ci dice che gli Arab Strap hanno una voglia matta di riprendersi la scena. Il pezzo espugna la discoteca – come facevano i New Order – ma si riserva il gusto anche di farla fallire (per una specie di citazione sorrentiniana). Album numero tre della seconda vita degli Arab Strap, “Half-Told Tales” è un disco di chitarre, di esplosioni dopo il silenzio, di sorprese.
Ad esempio l’acustica e il coro di Sunsong, ad esempio il sassofono violentato in I Get Noise che è un po’ la canzone concept. “Sentire il rumore”, sentirlo coi padiglioni oculari, sentirlo con la testa, sentirlo coi tessuti. È il rumore del mondo, del mondo moderno ed è sempre questo il senso di una band così deliziosamente stritolata tra intimità e carne, complessità e corpo, arte e sesso. Moffat sfoggia uno dei suoi spoken word più efficaci, Malcolm Middleton si sbizzarrisce in una tavolozza più ricca che mai.
Pianoforte e violini in Under Offer, tastierina in Be A Man, pulsazioni elettroniche in Fragments. Quest’ultimo è un pezzo intimo che poi diventa potente, deflagrante come un’esplosione in piena notte. Basic Physics invece è una ballata epica, sensazionale, che la notte non la contempla e che presenta un testo che è la definitiva zuffa dell’amore: “Deponi le armi, soccombi al mio fascino / Ritira le mani, sottomettiti ai miei suoni / Demolisci il tuo muro, arrenditi e cadi /Dobbiamo convergere”.
Non c’è un passaggio di “Half-Told Tales” che non porti con sé una folata di vento forte, un disco contro la banalità si potrebbe dire, il cui finale è un messaggio dritto verso il gorgo del presente. Aidan canta “Sai che amo la luna / Tu ami la luna / Noi amiamo la luna” e lo fa come lo farebbero i Floyd di Eclipse. E lo fa perché la luna è la cosa meno di moda oggi. Purtroppo.
2026 | Rock Action
IN BREVE: 4/5