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Chelsea Wolfe – Birth Of Violence

È difficile fare supposizioni a priori quando sei in procinto di ascoltare le nuove uscite di alcuni artisti. Non sai cosa aspettarti. Questo lo intuisci già da quando entri nel tuo negozio di dischi di fiducia e ti trovi davanti a scaffali e casellari di musica ben impilata e catalogata per genere. A quel punto prendi coscienza del fatto che il nome stampato sul prodotto che stai cercando è un marchio di garanzia tanto pregiato che valica quegli standard predefiniti.

E, in questo caso, il nome dell’artista in questione è quello di Chelsea Wolfe: a due anni dall’uscita del suo precedente album (“Hiss Spun” del 2017) la cantautrice statunitense ha cambiato nuovamente pelle. La sua essenza è trasmigrata in una nuova entità e la sua settima vita prende il nome di Birth Of Violence. Ripensando a “Unknown Rooms: A Collection Of Acoustic Songs” del 2012, potremmo ipotizzare un ritorno alle origini. La matrice è quella: produrre un disco acustico, apparentemente minimale ma curato minuziosamente in ogni suo dettaglio. L’atmosfera e il mood invece appartengono a tutt’altro cosmo. Conferma il suo stile, oramai consolidato e vincente, dislocandolo però in scenari differenti.

In questo album abbatte il muro strumentale che la circonda, sostegno dei suoi ultimi lavori e rifugio contro l’avida sindrome da “stage fright”. La necessità adesso è quella di spogliarsi da eccessive stratificazioni sonore e sovrastrutture stilistiche e vocali. Compito arduo ai più quando si tratta di attirare spettatori, ma indubbiamente non è il caso di chi sa come lavorarti per bene l’ipotalamo anche con pochi accordi.

Le ballate acustiche che compongono l’album sono sapide di dark e di suggestioni gotiche. Le influenze doom metal e industrial lasciano invece maggiore spazio al neo folk e al rock. Tra la foschia dei suoi scenari  si ha comunque l’impressione di discernere qualche traccia di Portished e Mazzy Star. Si tratta di dodici brani composti durante il tour precedente, durante il quale “la necessità di isolarsi con la sua chitarra acustica era essenziale” afferma la cantautrice.

La traccia di apertura è ispirata alla famosa Route 66, The Mother Road di Chelsea, nella quale, in una cornice di archi e pelli battenti, canta “I do not have a child / But I’m old enough to know some pain”. Dalle tastiere di American Darkness si arriva all’ arpeggio delicato e alla voce eterea di Be All Things, passando attraverso la fluida Dearanged For Rock & Roll con i suoi riverberi di chitarre distorte. Quest’ultimo, insieme alla sopracitata The Mother Road, è un pezzo di più immediata fruizione se si analizza in ottica commerciale. I brani conclusivi Little Grave e Highway sono morbidi, sofisticati, dei bagliori anticipatori di un temporale sacro e imperturbabile che sta per scatenarsi tra i boschi della California (The Storm).

“Quando ho cercato la parola ‘violenza’ nel mio vecchio dizionario c’era una definizione che diceva ‘forza dell’emozione’ e ho pensato che fosse davvero bello”. L’intento dell’artista in questione era rivendicare tale concetto attraverso la ricerca di fatti quotidiani e stati d’animo reconditi, portandolo in una dimensione poetica.  La conclusione è semplice da definire. “Birth Of Violence” è un album che affascina già dal primo ascolto e coinvolge nei successivi, quando si colgono tutte le sfumature. Arduo fare supposizioni prima quanto stimolante risulta invece tirare poi le somme.

(2019, Sargent House)

01 The Mother Road
02 American Darkness
03 Birth Of Violence
04 Deranged For Rock & Roll
05 Be All Things
06 Erde
07 When Anger Turns To Honey
08 Dirt Universe
09 Little Grave
10 Preface To A Dream Play
11 Highway
12 The Storm

IN BREVE: 4/5

Logopedista per professione e musicomane a tempo indeterminato. Cantante e pittrice per passione, trascorro le giornate tra dischi e pennelli sparsi per casa.

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