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Chelsea Wolfe – She Reaches Out To She Reaches Out To She

Sono ormai una quindicina d’anni che Chelsea Wolfe vaga senza meta in quel groviglio di sonorità e suggestioni che l’anno portata dalle radici blues e folk all’industrial e poi al gothic, al doom, al noise, con un costante gusto per il nero e per l’oscurità che, disco dopo disco, è diventato la vera cifra stilistica della songwriter californiana, al netto di generi ed etichette. Tanto da farne una delle più interessanti e trasversali realtà dell’intero panorama alternative. Wolfe nei suoi album (ma anche nelle varie collaborazioni cui nel tempo ha apposto la propria firma) si è sempre barcamenata tra dirompente elettricità e acustica da pelle d’oca, mischiando il tutto con inserti elettronici, pianoforti e chi più ne ha più ne metta, a seconda della precisa fase della sua carriera in cui s’è ritrovata. E così quello che succede in She Reaches Out To She Reaches Out To She, il suo settimo lavoro in studio, non è altro che l’ennesimo ribaltone che Wolfe assesta alla sua musica.

Parliamo di ribaltone perché nel nuovo album, pur mantenendo intatto l’impianto scurissimo che le appartiene, Chelsea ha messo a punto un’ulteriore versione di se stessa e delle sue visioni, stavolta declinata in una marcata chiave industrial. L’apertura affidata a Whispers In The Echo Chamber è in questo senso emblematica, visto che nei clangori industriali che percorrono il pezzo da cima a fondo s’innesta sul finale una chitarra che suona tantissimo come suonavano a metà anni ’90 dalle parti di Nine Inch Nails e Marilyn Manson. Se ultimamente Wolfe era stata più avvezza a un sound greve e metal oriented, in “She Reaches Out To She Reaches Out To She” fa invece in qualche modo ritorno − quantomeno nelle intenzioni − a ciò che era stato “Pain Is Beauty” nel 2013, dove l’apporto dell’elettronica era consistente sebbene diverso nella sua stesura.

Qui troviamo pezzi come Tunnel Lights, Eyes Like Nightshade e Salt che strizzano moltissimo l’occhio a Bristol e i suoi fumi (soprattutto i Portishead, con cui Wolfe e questo disco condividono una certa innata cinematicità), il piano dannatamente lugubre e freddo che accompagna The Liminal, le ritmiche marziali che scandiscono House Of Self-Undoing e riaccostano per un momento Chelsea a qualcosa di rock in senso stretto, l’apparente − ma solo apparente, date un occhio al testo − tepore estivo che avvolge Place In The Sun. Tutti passaggi in cui prendono vividamente il sopravvento cenni di una PJ Harvey ancestrale, tantissima dark wave eighties e la voce perennemente in bilico sull’orlo della tragedia di Wolfe, espressiva e profonda come poche altre volte all’interno della sua discografia.

Sul finale la chiusa, tanto musicale quanto concettuale, dell’intero lavoro arriva con Dusk, la meravigliosa e onirica summa di ciò che Wolfe è in grado di mettere in un brano, incubi e sogni che si confondono, sonno e veglia che si mischiano inscindibilmente, buio e una luce fioca che sporadicamente lo squarcia. Libera dallo spettro dell’alcol (come confermato ultimamente dalla stessa songwriter), nuovamente in pista a proprio nome (il precedente “Birth Of Violence” è vecchio ormai di cinque anni) e con una nuova etichetta che l’ha messa sotto contratto (parliamo ovviamente della Loma Vista), Chelsea Wolfe è riuscita ancora una volta a tessere e in qualche modo esorcizzare la terrificante tela di un enorme ragno pronto a mangiarla viva, e noi con lei.

2024 | Loma Vista

IN BREVE: 4/5

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