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Ibeyi – S/T

ibeyialbumYoruba fa parte delle lingue Edekiri, ceppo diffuso in Africa Occidentale. Grazie alla famigerata tratta degli schiavi del XVIII si è diffusa in numerose altre zone d’Africa, Europa e America Centrale. Nella lingua Yoruba la parola ibeji vuol dire “gemelli”. Alle sorelle Lisa-Kaindé e Naomi Diaz è bastato sostituire la j con la y per darsi un’identità musicale: Ibeyi.

Figlie del percussionista cubano Anga Diaz, con trascorsi anche nei Buena Vista Social Club, le due ragazze diciannovenni sono cresciute a Parigi sin da quando avevano 2 anni e hanno unito la cultura europea con la leggiadria dei suoni e dei colori di Cuba, loro terra natia. Rimaste orfane di padre nel 2006 quando avevano solo 11 anni, il destino non è stato clemente con le Diaz, che hanno perso una sorella nel 2013 (ricordata in Yanira). Il dolore delle perdite è inevitabilmente confluito nelle loro canzoni molto malinconiche, che mantengono un legame strettissimo con la tradizione orale e i canti caraibici (Lomax sarebbe contento).

Il producer Richard Russell, di casa presso la XL Recordings che è l’etichetta delle due sorelle, forgia tutti i telai strumentali di queste tredici tracce che formano il loro debutto su lunga distanza. Va detto che Russell ha lavorato anche con Damon Albarn per il suo recente e bellissimo “Everyday Robots” e certe assonanze tra le due franco-cubane e il leader dei Blur si avvertono in molti punti, su tutti Ghosts e Think Of You, quest’ultima con quell’intarsio dissonante di pianoforte che tratteggia un’atmosfera vagamente sinistra.

Ciononostante il termine di paragone musicale più prossimo alle Ibeyi è Bjork per quello spirito art-pop etereo che si ravvisa principalmente nelle trame vocali e nell’uso dei cori come vigorosi tappeti strumentali. Si sentono anche gli acclamati James Blake e Lorde nel taglio più R&B e new soul molto minimale.

Quello delle Diaz è un flusso ipnotico fatto di canzoni emotivamente fragili che si reggono su arrangiamenti scarni, quasi spogli. La lama affonda in profondità con la struggente Mama Says che descrive il dolore e la solitudine patiti dalla madre con la perdita del marito. Un brano incisivo, con un testo diretto, a tratti naif, perché l’assenza non conosce metafore. L’album in sé è scuro, attanagliato in un andirivieni di vuoti e pieni. Altro episodio parecchio autunnale è Behind The Curtain, mentre c’è un lieve picco di brio nella delicata Stranger/Lover (attenti, c’è Sting nei paraggi) e s’alza un vento islandese in Weatherman.

Potrebbero giocare di più col groove dando più profondità ritmica alle canzoni, che spesso sono lì per spiccare il volo ma s’irretiscono nella tela del minimalismo, in certi casi un po’ ostinato. Resta comunque un album coinvolgente, emotivamente molto coraggioso e personale, stilisticamente anche interessante per la capacità di cucire assieme le nuove correnti dell’art-pop con la musica caraibica (si senta River), una boccata d’aria fresca nel sempre più affollato parco degli epigoni di Bjork e James Blake.

(2015, XL)

01 Eleggua (Intro)
02 Oya
03 Ghosts
04 River
05 Think Of You
06 Behind The Curtain
07 Stranger/Lover
08 Mama Says
09 Weatherman
10 Faithful
11 Yanira
12 Singles
13 Ibeyi (Outro)

IN BREVE: 3,5/5

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