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Kamasi Washington – Heaven And Earth

Mentre nel resto del mondo si discute dei meriti della trap e di quanto tempo abbia ancora da vivere l’indie, un faro luminoso si erge sulla costa Ovest: la West Coast Get Down di Kamasi Washington e i suoi allegri compari. L’impatto devastante avuto dal sassofonista di Compton sulla musica jazz con il suo mastodontico “The Epic” (2015), triplo album di quasi tre ore che ha avuto un larghissimo successo di pubblico e critica, non accenna ad attenuarsi, anche perché Washington e i suoi non accennano ad adagiarsi sugli allori, né ad attenuare le loro ambizioni. Se possibile, il profeta di dashiki vestito ampia gli orizzonti di queste ultime, dando alla sua musica una connotazione da un lato spirituale (“Heaven”) e da un lato fermamente terrena (“Earth”), coinvolta, ma non contaminata, dalle mondane battaglie per il miglioramento della condizione umana in un mondo corrotto, becero, gretto, cattivo, ottuso, ma al contempo con lo sguardo all’eterno e alla infinita possibilità dell’uomo di raggiungere il suo potenziale.

Catalizzano i due sentimenti (espressi dall’autore eh, non è che ci siamo svegliati stamattina bevendo latte e dietilamide dell’acido lisergico) i due imponenti brani che vanno ad aprire ognuna delle due metà nelle quali l’album è diviso: “Earth” (e l’album) si apre con Fists Of Fury, colonna sonora di “Dalla Cina Con Furore” di Bruce Lee, lì accorata difesa della dignità cinese contro il giapponese invasore, qui fenomenale ripensamento in jazz e fiera rivendicazione dell’orgoglio afroamericano in un America riscopertasi razzista (“Our time as victims is over”); di contro, “Heaven” si apre con l’eterea e quasi hollywoodiana The Space Travelers Lullaby.

Washington e i suoi si lasciano ampio spazio per gli assoli, ma è l’atmosfera che rende straordinario l’album più che la destrezza tecnica degli interpreti: caotica, furiosa e carica di emozioni la prima metà; riflessiva, sognante, quasi astratta la seconda. Ciò non a dire che non vi sia spazio per la qualità tecnica: gli ormai consueti collaboratori (Mosley al contrabbasso elettrico, Graves alle tastiere, Terrace Martin, Ryan Porter, qui anche autore di The Psalmist, Brandon Coleman, Dontae Winslow, Thundercat, qui ospite in sole due tracce e ancora tanti altri) e lo stesso Washington non lesinano assoli nelle due ore e venti abbondanti di questo Heaven And Earth, ma concentrarsi sui solo significherebbe fraintendere il senso della musica di Kamasi.

Non è un caso se nel mondo del jazz ci sia più di qualcuno che storce il naso a sentire questo gruppo di giovani ragazzi: questo continua a essere un ulteriore passo avanti in una direzione nuova per un genere musicale impantanato ormai da anni, una boccata di aria fresca che, probabilmente, non sarà seminale, come del resto non lo fu Mingus, perché troppo unico, ma che, nuovamente come Mingus, sarà di grande ispirazione a una nuova generazione di jazzisti ma soprattutto di musicisti che col jazz non avranno a che fare.

Inutile soffermarsi sui pezzi in sé, che sia la latineggiante Vi Lua Vi Sol, il jazz leggero di The Invicible Youth o la straordinaria conclusione affidata a Show Us The Way e Will You Sing – quest’ultima ideale trait d’union tra le due metà – si potrebbe scendere in dettagli tecnici e descrizioni per fare capire, ma non coinvolgerebbero abbastanza da far comprendere quanto siano (e quanto immaginiamo lo saranno in futuro) importanti, per la storia di questo genere e della musica popolare in generale. Un’ennesima esperienza straordinaria, e non vediamo l’ora di sentire quale sarà il prossimo passaggio di questo viaggio.

(2018, Young Turks)

Earth
01 Fists Of Fury
02 Can You Hear Him
03 Hub-Tones
04 Connections
05 Tiffakonkae
06 The Invincible Youth
07 Testify
08 One Of One

Heaven
01 The Space Travelers Lullaby
02 Vi Lua Vi Sol
03 Street Fighter Mas
04 Song For The Fallen
05 Journey
06 The Psalmnist
07 Show Us The Way
08 Will You Sing

IN BREVE: 5/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.

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