
“Vivo in un posto dove tutto quello che accade sembra accadere per caso
Una strada attraversa il paese, il paese è quella strada
Nessuno ha scelto di vivere qui, ma c’è qualcosa che ci trattiene
Perché anche se non c’è amore, a volte, a volte c’è qualcos’altro”
− Massimo Volume, “Da Qui” −
Nel 1995 Emidio Clementi, in modo chiaramente del tutto inconsapevole, ci diceva qualcosa rispetto a ciò che potrebbe essere un sentimento di An Undying Love For A Burning World. Forse, anzi sicuramente, con maggiore diplomazia e minore drammatico fatalismo rispetto alla poetica dei Neurosis; ma senz’altro con una metafora chiara e bellissima. Come leggerete ovunque, ci sono voluti dieci anni per tornare a sentire qualcosa di nuovo dai paladini del post hardcore/sludge metal per eccellenza. Dieci anni in cui, soprattutto, è stato necessario digerire l’inevitabile separazione con Scott Kelly, padre fondatore della band nel pubblico ma anche padre e marito violento nel privato. Due facce di una moneta che non aveva alcuna possibilità di continuare ad essere spesa. Probabilmente (ma non principalmente) anche l’amore per questa magnifica creatura, in piedi da più di tre decadi, è dovuto sopravvivere in qualche modo alla fiamme. Ma il desiderio di vita sintetizzato nel titolo di questo inatteso, magnifico album è purtroppo una patologia ben più diffusa del nucleo di una band.
Con l’ingresso in formazione di un’altra leggenda vivente del genere, Aaron Turner, i Neuroris (che qualcuno ha giustamente ribattezzato Neur-Isis) ci regalano non soltanto il loro miglior disco da venti primavere a questa parte, ma più in generale un’opera materica in carne, ossa e fango: un chiodo piantato alla croce nel silenzio della valle. We Are Torn Wide Open è un’introduzione perfetta: un manifesto urlato, ruvido, secco per un’ora di puro magma, tra lacerazioni improvvise e contemplazione di uno scenario deserto. La tensione creata dalle otto, chirurgiche tracce protagoniste fa molto affidamento su questo incedere caro al gruppo di Oakland, con una decisa maggiore attenzione, rispetto al passato, alle incursioni elettroniche e ai synth quasi di Goblin-esca memoria.
Non ci sono episodi minori, tutto funziona. La voce di Von Till sembra aver trovato un contraltare perfetto, il suono è di una coesione mostruosa. Seething And Scattered è semplicemente un pezzo da Heavy Hall Of Fame, come lo è il soffocante dittico finale In The Waiting Hours/Last Light, con quest’ultima inevitabile pietra miliare dell’album: più di un quarto d’ora totalmente cinematico, commovente, trascinante. Al netto della devastazione attraversata lungo la parte lirica, un finale che almeno melodicamente si aggrappa alla vita pur nel suo rantolo più rabbioso: un rantolo di speranza. Non è un titolo casuale quello scelto dai Neurosis. Non è casuale che, come venticinque anni fa, Neurosis e Converge siano sulla bocca di tutti i maggiori esperti. Forse ci siamo rotti un po’ le palle di sentirci così disconnessi. Forse abbiamo semplicemente bisogno di toccarci. Di materia. Di non morire, di non vedere innocenti intorno a noi morire. Di gridare, gridarlo questo nostro sentire. Un amore che non muore, nonostante tutto, per un mondo che brucia.
2026 | Neurot
IN BREVE: 4,5/5