
Togliamoci subito il dente, che è inutile girarci troppo intorno: questa collaborazione della sigla Nine Inch Nails con Boys Noize non ci fa frizzare le sinapsi, quantomeno al momento. Eppure Trent Reznor, che non è esattamente uno sprovveduto (tutt’altro, diciamo pure che è una sorta di Re Mida), insiste parecchio su questa sinergia, sembra crederci davvero moltissimo. Già negli ultimi tempi la mano del producer tedesco è stata presente nel lavoro dei Nine Inch Nails, tanto dal vivo quanto in studio, ma adesso siamo arrivati a un’uscita discografica vera e propria, uno di quegli Halo che gli adepti di Reznor attendono ogni volta come fosse una stella cometa da seguire. Un’uscita che, ribattezzata Nine Inch Noize (e porca miseria se è brutto ‘sto nome, qualcosa di meglio poteva di certo essere trovata), cristallizza l’apporto di Alexander Ridha al fianco di Reznor e Atticus Ross, ormai da qualche tempo il nucleo su cui ruota l’esperienza Nine Inch Nails.
All’interno di “Nine Inch Noize” non c’è materiale inedito, si tratta “solo” di versioni rivisitate di brani già noti a chi segue Reznor, presi in mano da Boys Noize, svestiti da ogni parvenza rock e rivestiti con strati e strati di pulsante elettronica, che è un po’ la dimensione che il duo Reznor/Ross stava già perseguendo con le ultime uscite a nome Nine Inch Nails. Non è certo una novità la passione di Reznor per i remix e le reinterpretazioni, lo fa dalla notte dei (suoi) tempi e lo ha fatto per gran parte del materiale firmato Nine Inch Nails, spessissimo con risultati vicini se non paragonabili alle versioni originali. In “Nine Inch Noize” tutto ciò avviene fino a un certo punto, è tutto col freno a mano tirato: l’impatto dei pezzi, specie nella dimensione live che abbiamo avuto modo di apprezzare nel mastodontico show messo in piedi sul Sahara Stage durante l’ultimo Coachella, non si discute, nel senso che la potenza di Heresy o di Closer restano (più o meno) intatte anche quando sottoposte alla cura Boys Noize, ma la totale sottrazione delle chitarre industrial toglie tanto in termini concettuali, specie in brani come quelli citati che fondano tutta la loro potenza sulle invettive e le elucubrazioni di Reznor. Ripulite, decostruite, ricostruite, uccise e poi defibrillate riportate in vita, perdono davvero tanto, forse troppo.
Il disco, registrato live, in studio e ovunque gli sia capitato di poterci mettere le mani sopra (lo dicono loro stessi, eh), ripercorre nella sostanza la setlist dello show al Coachella (e, chissà, di un qualche prossimo tour?), circostanza che fa crescere la corresponsione tra la musica e l’aspetto visivo, roba sulla quale Reznor ha sempre puntato molto. Se pezzi come Vessel, Parasite (questo un brano degli How To Destroy Angels, il progetto di Reznor insieme alla moglie Mariqueen Maandig, anche lei coinvolta in Nine Inch Noize) o Memorabilia (il pezzo dei Soft Cell già proposto in passato da Reznor) subiscono positivamente il setaccio di Boys Noize, fatte come sono per aumentare i bpm e lambire territori techno, è altrove che il risultato non è del tutto convincente: ovviamente le già citate Heresy e Closer (ma nel giudizio potrebbe incidere il loro status di classici ormai intoccabili), ma anche Copy Of A o Came Back Haunted che, discostandosi non troppo dalle originali, finiscono solo per essere azzannate da Boys Noize − con l’ovvia complicità di Reznor, inutile specificarlo − senza una reale evoluzione dei pezzi.
Difficile dire se il progetto Nine Inch Noize potrà avere un seguito e, se sì, verso quale direzione, dove per direzione intendiamo quella prettamente discografica. Dal vivo, infatti, pare ormai assodato il respingimento da parte di Reznor del concetto classico di band in favore di qualcosa di più cangiante e in costante movimento. Ma se discograficamente sarà questo il futuro dei Nine Inch Nails, ci sarà da riassestarsi un attimo sulla nuova dimensione, perché il credito che vanta ancora Trent Reznor nei nostri confronti è tale da non consentirci di derubricare una sua qualsivoglia produzione con parole tirate fuori senza pensarci troppo. Anche perché Trent ci ha insegnato che lui il futuro ha saputo scriverlo mentre noi provavamo ancora a vivere e capire il presente, quindi non va affatto preso sottogamba, mai.
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