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Red Hot Chili Peppers – The Getaway

thegetaway“Accelera per scoprire come ci sentiamo, qui attorno a quest’angolo”. Tanti muscoli tatuati, versi odoranti di benzina e polvere da sparo, un’ossessione selvaggia per il ritmo incedono, impennano e si fermano ora per un attimo, come dietro l’angolo poco illuminato di un fabbricato, come per riprendere fiato prima di ripartire. I Red Hot Chili Peppers rientrano in scena con le luci basse, sospinti da quelle dark necessities che popolano le menti e i corpi dei quattro californiani, come forse di chiunque.

Se “I’m With You” era l’album del dopo-Frusciante e voleva ricordare ai fan che i Red Hot erano ancora in piedi, erano ancora con loro (il titolo forse non era causale), The Getaway si propone come un’opera di svolta imponente. Josh Klinghoffer appare meno costretto a recitare la parte del chitarrista mitico uscito dal gruppo, più libero e all’apparenza più assente, a volte nascosto dietro synth, violini o un pianoforte, a volte con tra le braccia un’impalpabile chitarra acustica; a Flea e Chad Smith non sono posti troppi impedimenti a imbastire groove funk e energici come è loro solito, così Danger Mouse lavora su questo e tutto il resto e realizza in compenetrazione compositiva con gli artisti californiani un’opera di valore inedito. È evidente che si sia reso conto dell’improponibilità di un sound ancora attinente ai dettami di “Californication” e dell’era dei RHCP degli anni duemila, perciò rende il terreno composito, rigoglioso di nuove sonorità e a volte di difficile orientamento per i fan più tenaci: lo spettro espressivo ne risulta tuttavia allargato e la materia ricca di citazioni.

Anthony Kiedis rimane protagonista compositivo delle liriche, animate dal tipico soggettivismo, ai limiti dell’autobiografia, ma che si stingono in tinte più cieche, nude, amare. “Arrivals that we wish would not depart”, torna spesso l’idea di caducità, di insostenibilità del presente, e quindi di fuga immediata nell’altrove e insieme di necessità di amore, di vicinanza umana, innanzitutto carnale. Ragazze della metà dei miei anni, donne che vogliono materializzarsi da brevi e affannati riposi, inviti orgogliosi e so full of self a guardare avanti e a non lasciarsi imbavagliare dalla nostalgia del passato, dinanzi al fluire implacabile del tempo: “Time don’t stand a chance against this motor madness” (Detroit).

L’amore si pone appunto come uno sforzo strenuo, un atto coraggioso (“We are just soldiers in this epic loving fight and no one that I know has every really done right” in This Ticonderoga) ma ancora imperfetto, ancora incerto, “Maybe you’re my last love, maybe you’re my first, just another way to play inside the universe” (The Longest Wave) e l’attesa di qualcosa che sazi quell’unica cosa certa, quel my burning appetite si spegne nel vento, dietro la spinta dell’onda più lunga degli oscuri bisogni e qualsiasi prospettiva di eternità rimane inavvicinabile. È una scrittura sofferta, con meno nonsense e reticenza preferita all’oscenità, matura e forse più consapevole.

The Getaway apre l’album col sovrapporsi puntuale tra chitarra e synth, che definiscono i connotati di un brano minimale e leggero, evidentemente per questo scelto come seconda anticipazione dell’album. Dark Necessities è invece il primo singolo e, dopo un crescendo che risale i tasti di un pianoforte e si assesta su un tipico fraseggio di slap-bass di Flea, si fa strada in quell’oscurità che ci aiuta a brillare e che pare essere l’unica alternativa al ripetersi dei giorni e al consumarsi del tempo: “Pick you up like a paper back with the track record of a maniac, so I move it in and we unpack: it’s the same as yesterday, any way we roll”. We Turn Red vuole essere un richiamo, quasi un’autocitazione, al passato di “Blood Sugar Sex Magik” e forse un’accusa ad un tempo di sottomissione al potere, di contraddizioni stridenti come nonsense, The Longest Wave è quanto di più vicino a “By The Way” in quest’album ed esibisce un ispirato Klinghoffer alla chitarra e alle seconde voci, accompagnato dagli interventi degli archi nel ritornello e ancora dal pianoforte.

Goodbye Angels è un tragico racconto di suicidio, cruento quanto un amore impossibile e destinato ad estinguersi (“Death was made to fail”), Sick Love è un ritratto impietoso di una California micidiale (“Sick love come to wash us away”), impressionata su inchiostro dall’artista Raymond Pettibon, ed è un’ulteriore conferma dell’infallibilità dei Red Hot nel creare ritmiche dirompenti. Nel bridge Elton John al pianoforte, nel solo un synth che emula riff di chitarra, ai limiti dell’acido. Go Robot è quasi un pezzo dance ed eigthy, Feasting On The Flowers si ammanta di r’n’b, complici i cori di Josh nel ritornello, Detroit sa essere rock senza compromessi, quasi zeppeliniana, e rievoca il glorioso passato di una delle capitali della musica.

This Ticonderoga è sospesa tra una strofa dura e fuzz e un cambio che ricorda i Queen di “A Night At The Opera”, The Hunter è un’ode a un padre dalla memoria devastata, un marinaio disperso tra le onde dei ricordi. Dreams Of A Samurai, con una linea di basso scandita in tempi dispari, raggiunge l’apice lirico dell’album. La solitudine di una vita da lad, persa senza che se ne percepisca la possibilità di ritorno, in cui è difficile persino to work hard e l’altro, nonostante lo si veda da vicino, in fondo non lo si conosce: “Thinking that a pretty gift could make you less unknown”. I samurai di una realtà insufficiente e di un desiderio inestinto e imperante sono i nuovi Peppers di “The Getaway”, e ci svelano ora quanto di questa fragile umanità è in ciascuno di noi.

(2016, Warner)

01 The Getaway
02 Dark Necessities
03 We Turn Red
04 The Longest Wave
05 Goodbye Angels
06 Sick Love
07 Go Robot
08 Feasting On The Flowers
09 Detroit
10 This Ticonderoga
11 Encore
12 The Hunter
13 Dreams Of A Samurai

IN BREVE: 4/5

Assediato da un’infaticabile pigrizia, coltiva aspirazioni a iosa, tra cui scrivere, cantare e diventare medico. Sa di essere alla ricerca di un modo onesto e grande di vivere da sempre, almeno da quanto ricordi. Il suo cuore batte un tempo rock con un’extrasistole alternative inguaribile. Nelle vene torbido sangue blues.

1 commento

  1. Rispetto ogni diritto di critica, ma definire “The Getaway” un opera di svolta imponente dei RHCP rispetto ad “I’m With You” e’ quasi una bestemmia. Direi piuttosto che quest’opera e’ una perfetta continuazione della precedente, come se vi fossero stati inclusi brani scartati dall’album d’esordio di Josh Klinghoffer, sul quale non riesco ancora a comprendere se sia un chitarrista d’emergenza (come fu Jack Sherman per sostituire Hillel Slovak nell’omonimo album d’esordio della band datato 1984), oppure gli sia negata dal resto della band di esprimere le proprie capacita’, o sia un chitarrista di bassa caratura artistica, visto che anche in questo album la chitarra e’ messa in secondo se non in terzo piano, praticamente quasi inesistente. Inoltre vi e’ anche una batteria che invece di dare la ritmica, suona come contorno, un basso che Flea slappa insensatamente su molte canzoni tentando forse di riportare alla memoria i fasti dei tempi di quando la band era maestra nel miscelare il rock con il funk, ma che in realta’ ottiene l’effetto contrario, cioe’ dimostra definitivamente come ormai il gruppo non sia piu’ in grado di di realizzare quel genere di musica che all’epoca fu assolutamente innovativa, ed un Kiedis decisamente fiacco sia nel cantato che nei testi che oltre ai soliti tributi alla California e ad Hillel non riesce piu’ ad andare. “The Getaway” e’ un disco noiosissimo, malinconico, piatto, con un estremismo di melodie lagnose dall’inizio alla fine condite con ridicoli tentativi di accelerazioni dance che rendono l’album ancor piu’ indigesto, e che certifica definitivamente il declino della band iniziato con “By the Way”. Giudizio complessivo : 1/5 ; 3/10

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