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Sigur Rós – ÁTTA

Cos’è rimasto del mondo dei Sigur Rós. Nulla. Spazzato via da una tempesta tropicale. Iceberg collassati, boschi ridotti in cenere, animali storditi dalla vampa. Decidete voi se tutto ciò è metafora o no, e metteteci dentro pure che i Sigur Rós, quando arrivarono su queste scene, erano una specie in via d’estinzione, pinneggianti nel condotto sottomarino che univa i due secoli. È passato tanto da allora, gli anni Venti così torridi e supersonici, stargate di luce accecante, succhi gastrici tecnologici, hanno dotato altre specie musicali delle armi per sopravvivere, e soffocato certi animali più fragili. I Sigur Rós si sono persi, sfiancati, disuniti. Jónsi Birgisson divenuto emblema, uomo dell’universo, con l’Islanda completamente dimenticata a favore del caos di Los Angeles; Jónsi ha fatto e disfatto con la sua pelle bianco-perlacea a scottarsi al Boulevard. E poi gli altri a gravitare (non senza scossoni) attorno ai suoi umori. E incomprensioni, ambizioni incomprese, il rifiuto della natura di partenza.

Dieci anni di silenzio ma poi un annuncio a sorpresa: “Questa notte esce ÁTTA, il nostro ottavo disco”. Come se il tempo fosse una fionda che frusta e poi si ritrae senza pietà. Dieci anni esatti tra l’altro. O quasi. Il 17 Giugno del 2013 usciva “Kveikur”, la pioggia battente e demoniaca, tutto il terremoto industriale, una specie di inizio della fine per i Sigur Rós. Il 16 Giugno del 2023 ÁTTA è il drone che si muove sulle macerie. I Sigur Rós sono in tre con il ritorno di Kjartan Sveinsson e con le percussioni di Georg Hólm. Un disco nato nel sottosuolo ed emerso in superficie come tutti gli esseri con urgenza di luce. E sì, perché l’inizio si ha a Los Angeles, in piena pandemia, nel seminterrato di Jónsi. Poi queste tracce passano di mano in mano da una serie di studi negli Stati Uniti, poi a Londra, quindi in Islanda e ancora negli States, protette da una teca antiurto perché, quelle di “ÁTTA”, sono tra le canzoni più delicate dai tempi di Ágætis Byrjun.

“ÁTTA” (in islandese, appunto, “otto”) è un disco sacrale. La voce ultraterrena di Jónsi è un panno di lino disteso ai quattro lati dall’impianto commuovente della London Contemporary Orchestra. E non ha molto senso snocciolare traccia per traccia perché il disco è un’unica pozione da ingollare come siero. Certo, Glóð che apre l’album, è emozione pura proprio per il fatto che è il ritorno dei folletti alla luce. Una bolgia di suoni, un bagliore caldo declinato dal multicolore di certe finestre. La traduzione è “felice” e ognuno può dargli il valore che preferisce. E magari citiamo anche la fine. 8 è il paradigma che non c’è più di una musica che non c’è più. Nove minuti e quarantuno di cui i primi cinque in cui Jónsi si apre a volo d’uccello e i successivi quattro di accompagnamento silente e orchestrale verso qualcosa. Ognuno scelga quel qualcosa, ognuno decida a cosa rifarsi.

Una lunghissima coda in cui i Sigur Rós danno a chi ascolta l’opportunità di rallentare il tempo, prendersi una rivincita, tirare il fiato, capire cosa è rimasto dopo la fine delle ostilità e tra le rovine di un mondo crollato. E disegnare su un foglio bianco, ognuno con la propria sensibilità, una storia personale, diversa. È il nostro momento, solo nostro. Di nessun altro. E di tutti. Datoci in dono da questa band unica e irripetibile. Ricordate l’ultima volta che avete ricevuto un regalo così?

2023 | BMG

IN BREVE: 4/5

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