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Torres – Silver Tongue

“Mi chiamo Mackenzie. Scott è il cognome di mio padre, Torres, invece, era quello del mio nonno materno. Mi servo di entrambi per capire chi sono e da dove vengo. Sono stata adottata e così è stato per mia madre, pima di me”. Non importa quanto amore tu abbia potuto ricevere, se il tuo vissuto è composto da maglie mancanti, sarà sempre lì che tornerai, nel punto in cui i cavi sono stati recisi. La maglia mancante di Mackenzie Scott è da sempre un combustibile per narrazioni, immagini e specificità emotiva, sin dall’esordio della cantante americana, e tutti questi racconti su Silver Tongue sono acquarelli su grana satinata.

Il quarto album dell’artista georgiana rappresentata chiaramente un ponte di collegamento con il contesto folk/alt rock che circondava le prime tre uscite. La separazione non proprio consensuale da 4AD, dopo “Three Future” del 2017, l’incidente quasi mortale del padre, la relazione disordinata con la sua compagna Jenna Gribbon, autrice del dipinto che la ritrae in copertina, se per un po’ hanno paventato un ritiro temporaneo dalle scene, hanno finito invece per riaccendere nell’artista la potenza creativa che da anni la caratterizza.

L’innamoramento (Good Scare, Last Forest), la relazione (Records Of Your Tenderness), la gelosia (Two Of Everything), la rottura (Good Grief), non sono mai racconti lineari ma fasi ambigue e sfocate anche dall’utilizzo di pronomi impersonali all’interno dei testi, perché, anche se può sembrare scontato, una relazione omossessuale è passionale e instabile esattamente come un rapporto etero. Ma “Silver Tongue” non è solo un veicolo narrativo, rappresenta anche il primo tentativo di Torres al timone di produzione, dopo la rottura con l’etichetta britannica. Non è un dettaglio da poco, soprattutto se l’indipendenza professionale porta inevitabilmente a una virata stilistica non trascurabile.

Una voce che si trasmuta da grugnito a gemito, impastata a un’elettronica irregolare, percussioni propulsive, synth enfatici, traghettano le nove tracce dell’album ora sul folk acustico (Gracious Day), poi sull’alt rock (Good Grief), sul power pop (Two Of Everything) o ancora su tinte gotiche (Silver Tongue). “Silver Tongue”, idiomaticamente “lingua sciolta”, oscilla tra la desolazione esistenziale e l’emozione improvvisa, illuminata da momenti di calore abbagliante e bellezza autentica.

Non sarà di sicuro il suo lavoro migliore ma dimostra, ancora una volta, come Torres sia in grado di creare dal nulla e in completa autonomia composizioni contraddistinte da uno stile personale chiaro e marcato, il tutto, opportuno ricordalo, a ventinove anni. La sua voce, nel senso fonetico del termine, prima o poi cederà, ma quella narrativa no, rimarrà per raccontare frammenti di perdita e storie abbandonate.

(2020, Merge)

01 Good Scare
02 Last Forest
03 Dressing America
04 Records Of Your Tenderness
05 Two Of Everything
06 Good Grief
07 A Few Blue Flowers
08 Gracious Day
09 Silver Tongue

IN BREVE: 3/5

Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.

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