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Ty Segall – Freedom’s Goblin

C’è stato un breve momento nella storia della musica popolare – esattamente quel breve intervallo nel quale il compact disc soppiantò definitivamente la musicassetta e il vinile, prima che esso stesso fosse relegato a metodo di fruizione di serie B con l’uscita del formato digitale e la resurrezione del vinile – in cui era diventata pratica standard dell’industria discografica pubblicare album di 70 minuti e più, giusto per riempire il dischetto ottico con quanto più materiale possibile.

Il risultato è facile da indovinare: a parte rare eccezioni, album rovinati da una quantità indecorosa di canzoni sotto la media, messe lì solo per riempire. E allora verrebbe facile imprecare contro gli dei dell’Olimpo vedendo la durata complessiva di questo Freedom’s Goblin, provenendo poi dal sempre bulimico Segall (dieci album, contando solo quelli da solista, dal 2008 ad oggi). Ma Segall è uno dei pochissimi artisti al giorno d’oggi a pubblicare musica – un casino di musica, a essere esatti – perché ha effettivamente qualcosa da dire. Inoltre è probabilmente uno dei pochissimi rimasti a fare “rock”, ma il “rock” vero eh, quello influenzato dai Beatles, dagli Zeppelin, da Hendrix, dai Sabbath, da tutti quegli stramaledetti titani che hanno riempito le vite di generazioni di persone di musica straordinaria e che oggi, nelle influenze di chi fa musica, sono quasi una macchia, un peccato capitale.

Grazie al cielo, Ty se ne fotte, come farebbe una rockstar: dopo l’eccellente album omonimo dell’anno scorso e forte della stessa, solidissima band (che offre performance dal vivo degne dei tempi d’oro della musica rock) e, nuovamente, dell’appoggio al mixer di Steve Albini, che rende il suono dell’album straordinariamente limpido, con “Freedom’s Goblin” propone un ottimo caleidoscopio, quasi un catalogo di tutto ciò che può essere: il garage degli esordi (Meaning), ballate degne del miglior Neil Young (You Say All The Nice Things), il glam che ne ha caratterizzato le uscite più recenti (Fanny Dog, dedicata al suo cane) e molto altro.

La notizia vera è che, nonostante quanto recente sia il suo scorso album e nonostante la quantità di materiale sia veramente tanta, non c’è niente che sia filler, niente di niente: neanche il walzer di The Last Waltz, il funk mezzo elettronico di Despoiler Of Cadaver, il misto punk/jazz di Talkin 3 o la lunghissima jam conclusiva (i dodici minuti di And, Goodnight). E non è inutile neanche la bellissima cover degli Hot Chocolate, la funkeggiante Every 1’s A Winner.

Segall ha prodotto un’ennesima gemma che in altri tempi sarebbe stata accolta con clamore, e lo ha fatto così, come nulla fosse, con quell’attitudine da surfista di Laguna Beach, baciato dal sole e che se ne fotte se il mondo creato ha qualcosa di negativo da dirgli.

Segall è forse una delle pochissime vere rockstar rimaste, nel senso buono del termine (e non in quello demenzialmente parodistico dei fratelli Gallagher) e se qualcuno mai vi dicesse che il rock è morto, schiaffategli questo disco in faccia e ditegli che lui è la nostra speranza, come Luke Skywalker contro l’impero. Con la differenza che lui, biondo e pieno di “forza” come Skywalker, non combatte contro Dart Vader e l’imperatore Palpatine, ma con pallosissimi rompicoglioni lagnosi armati di chitarra acustica e altrettanto pallosi “indie” che propongono scorreggine anni ’80 con sintetizzatori e poca, pochissima capacità compositiva.

(2018, Drag City)

01 Fanny Dog
02 Rain
03 Every 1’s A Winner
04 Despoiler Of Cadaver
05 When Mommy Kills You
06 My Lady’s On Fire
07 Alta
08 Meaning
09 Cry Cry Cry
10 Shoot You Up
11 You Say All The Nice Things
12 The Last Waltz
13 She
14 Prison
15 Talkin 3
16 The Main Pretender
17 I’m Free
18 5 Ft. Tall
19 And, Goodnight

IN BREVE: 4,5/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.

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