
Come si fa a parlare di un disco ritenuto persino da chi lo ha inciso un lavoro mediocre, da relegare al dimenticatoio? Un disco che la critica stessa aveva accolto freddamente al momento della sua uscita? Parliamoci chiaro, se a pensarla così è un Re Mida contemporaneo come Damon Albarn, uno che trasforma immediatamente in oro qualsiasi cosa tocchi, c’è davvero da spaventarsi ad andare a ritroso alla genesi di Leisure, il primo lavoro in studio dei Blur, l’esordio di una di quelle formazioni che avrebbero segnato la storia del britpop e degli anni Novanta tutti, una band che più di qualsiasi altra appartenente a quella scena ha saputo riciclarsi, evolversi, andare avanti e guadagnarsi sul campo il proprio diffuso apprezzamento a colpi di brani (e dischi) memorabili.
Eppure “Leisure” la sua rilevanza l’ha avuta eccome, sebbene i Blur fossero una band non ancora ben conscia della strada da intraprendere. Ma il fulcro della musica indipendente inglese si stava spostando, in un moto che sarebbe stato generazionale e che l’avrebbe portata a smettere di gravitare su Manchester (dove formazioni come gli Stone Roses e gli Inspiral Carpets avevano segnato gli ultimi tempi) per far ritorno a Londra, al netto di quei fenomeni che qualche tempo dopo avrebbero fatto la loro comparsa sotto la sigla Oasis. In questo “Leisure” e i Blur ebbero un ruolo di primissimo piano: prendendo spunto dalle distorsioni di band come My Bloody Valentine, Catherine Wheel e The Jesus And Mary Chain, dalle atmosfere sognanti che rispondevano al dream pop e ovviamente dagli stessi Stone Roses che più a Nord stavano facendo man bassa, i Blur dell’esordio riflettono al 100% ciò che stava accadendo nel Regno Unito in quel periodo, fungendo da perfetta sintesi e attirando nuovamente l’attenzione sulla capitale inglese.
Lo si capiva e lo so si capisce ancora già facendo partire il disco e ascoltando le prime note dell’iniziale She’s So High, che gioca sulle sonorità citate poco sopra e quindi su quel riuscito mischione di shoegaze e baggy che sarebbe stato alla base del nascente fenomeno britpop. A volte è il secondo a prevalere, come nel singolo There’s No Other Way che sarebbe poi diventato una delle tracce più significative dell’intera discografia dei Blur, oppure in High Cool, mentre più spesso in “Leisure” è il primo a farla da padrone, vedi pezzi esplicativi come Slow Down o Birthday che a pensare cosa sono diventati successivamente i Blur si fa fatica a inquadrare come brani firmati da Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree.
I Blur post “Leisure” non hanno mai più pagato pegno a qualcun altro che non fossero loro stessi e le loro visioni, ed è probabilmente questo il motivo per cui Albarn e soci hanno spesso preso le distanze da questo loro primogenito, un disco sicuramente meno a fuoco dei successivi epocali album che i Blur avrebbero pubblicato negli anni a venire, più rilevante da un punto di vista storico che a fuoco all’interno della loro discografia, un disco sicuramente incerto su quale direzione prendere ma dalla provenienza molto, molto chiara. Da Londra a Manchester e ritorno, in una traversata che di lì a poco si sarebbe dimostrata tutt’altro che inutile.