Home RETROSPETTIVE Placebo: decadenti dalla nascita

Placebo: decadenti dalla nascita

C’è questo verso, contenuto in Teenage Angst e diventato col passare del tempo un po’ un mantra che i Placebo hanno trasmesso al proprio pubblico, che recita laconicamente “since I was born I started to decay”. E probabilmente non c’è una frase più efficace che possa in qualche modo sintetizzare ciò che sono sempre stati i Placebo e soprattutto ciò che erano nel 1996, quando Brian Molko, Stefan Olsdal e Robert Schultzberg esordivano con il loro primo omonimo album. Un ragazzo complicato Brian, alla scoperta di se stesso come essere umano e alla ricerca di una dimensione artistica che gli consentisse di esprimere ciò che aveva dentro, pieno di contraddizioni, di frustrazioni, di rabbia da incanalare in un qualche modo che fosse il meno autodistruttivo possibile. Tutto ciò viene fuori da subito, dal primo istante dell’incontro di Brian e Stefan, casuale com’è successo mille altre volte nella spesso romanzesca storia della musica. Due tipi decisamente fuori dagli schemi che si trovano nella sostanza e incredibilmente anche nella forma da voler dare alla propria musica: c’è un faro a segnare la rotta dei due e quel faro è David Bowie con le sue mille cangianti personalità, ma c’è anche il decadentismo dei The Cure con il loro cuore dark, un pizzico di quel britpop che inevitabilmente impregnava la metà degli anni ’90, chitarre spesso ai confini del noise in quota Sonic Youth e una certa indole punk che, visti i protagonisti, non poteva non saltare fuori.

Placebo arriva il 17 Giugno del 1996 anticipato qualche mese prima dal singolo Come Home, che attira sulla band − che nel frattempo era diventata un trio con l’arrivo di Schultzberg nel ruolo di batterista − le attenzioni della Hut Records, una sussidiaria della Virgin, che vuole accelerare i tempi sulla conclusione e pubblicazione di un disco d’esordio. I Placebo, coadiuvati dal produttore Brad Wood, registrano l’album in poche settimane nell’unico modo in cui avevano saputo lavorare fino a quel momento, ovvero praticamente in presa diretta, come fossero sul palco di uno di quei piccoli club di Londra che avevano visto muovere i loro primi passi. E si sente: “Placebo” è sporco, è lo-fi per concetto e realizzazione, è punk nella sua essenza oltre che nei contenuti, è secco e diretto, il basso di Olsdal pulsa come un cuore fuori dallo sterno, la batteria di Schultzberg picchia selvaggia e cruda fin dal primo secondo del disco e di Come Home, mentre Molko usa la sua voce androgina e urticante per parlare di migliaia di altri ragazzi come lui attraverso il racconto di se stesso.

La malinconia di cui è intriso l’album si forgia nel lirismo ai limiti della censura di Molko, che parla senza mezzi termini di droga e dipendenze, di tendenze suicide (ancora una volta citiamo Come Home, il racconto − a detta dello stesso Molko − di un suicidio rinviato, ma anche 36 Degrees, una temperatura corporea sotto la media, quella di un essere umano in evidente difficoltà fisica), di sessualità in tutte le sue molteplici e crude declinazioni. Come in Nancy Boy (espressione gergale che potrebbe equivalere all’italiano “checca”), il singolo che lancia definitivamente “Placebo” nelle classifiche britanniche, un brano che si districa abilmente all’interno dei confini/non confini della fluidità sessuale, di un corpo né maschile né femminile, di stereotipi machisti fuori dai quali un ragazzo viene considerato per l’appunto una “checca”, un “Nancy Boy”, com’era spesso capitato allo stesso Molko di essere definito in modo canzonatorio.

Ed è nel sottile equilibrio tra l’alternative rock e questa fragilità sempre sul punto di infrangersi come fosse cristallo scaraventato a terra che gioca l’intero disco, dove l’autenticità di un adolescente alla ricerca di se stesso si scontra con una realtà che gli procura rabbia e dolore (Teenage Angst), dove il sesso richiede una perfezione performativa che solo una macchina potrebbe raggiungere (Bionic), dove la stanchezza relazionale tocca l’apice (Hang On To Your IQ), dove l’ambiguità, l’eyeliner e le unghie smaltate diventano oltre che forma d’espressione anche un modo per dare fastidio ai perbenisti, dove l’emarginazione decantata dai poeti maledetti dell’Ottocento diventa focus lirico, dove David Bowie e Robert Smith stanno lì a dare linfa a un’estetica in cui vulnerabilità e ribellione camminano costantemente fianco a fianco. Questo erano i Placebo dell’esordio e questo era Brian Molko, nati decadenti e destinati a esserlo per la loro intera storia.

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