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Arctic Monkeys – Suck It And See

Ce lo aspettavamo – e Matt Helders in effetti lo aveva preannunciato – che sarebbe stato un album un po’ più pop del solito, ma Suck It And See non è semplicemente “più” pop, lo è decisamente. A giudicare dal titolo, che è costato alla band la censura da parte del mercato americano (le catene di negozi più family-friendly si sono rifiutate di vendere il disco, mentre altri punti vendita lo espongono con un grosso adesivo sopra), penseremmo che gli Arctic Monkeys abbiano deciso di vestire ancora una volta i consueti panni da provocatori impertinenti. In realtà, ben poco resta delle scariche adrenaliniche dei lavori precedenti. Il sound di “Suck It And See” è infatti, per stessa ammissione di Alex Turner, molto più limato, e forse meno irriverente e spontaneo. L’album è aperto da She’s Thunderstorm, una ballata tipicamente indie à la Pete Doherty, e questo sembra dirla lunga sul leitmotiv che pervaderà l’intera tracklist. È un mood inaspettatamente sentimentale, infatti, quello che caratterizza la gran parte del quarto lavoro delle scimmiette artiche, al punto che persino il brano eponimo, dal titolo così spregiudicato che lascerebbe presagire chissà quale manifesto d’impudenza indisciplinata, si rivela essere nient’altro che una love song. Il disco è un alternarsi, abbastanza coeso, di pezzi scanditi dalla chitarra di Jamie Cook e caratterizzati da lievi influenze anni ’70 e ballate britpop. E proprio ascoltando la (ennesima!) ballad, Piledriver Waltz, ci coglie una sensazione di déjà entendu. Ma non preoccupatevi, non si tratta di plagio: la traccia era infatti già presente in “Submarine”, album solista di Turner nonché colonna sonora dell’omonimo film, ed è stata qui ri-arrangiata con la band al completo. Anche la scrittura di Turner, noto per le punchlines pungenti, l’arguto sarcasmo e le boutade brillanti, sembra essersi placata in favore di testi dall’aria più romantica, a tratti nostalgica (“You look like you’ve been for breakfast at the Heartbreak Hotel”), a tratti cupa (“Been watching cowboy films / on gloomy afternoons / tinting the solitude”). Sembrano maturati, i quattro ragazzacci di Sheffield, meno scanzonati e più introspettivi. Ma questa parvenza di cambiamento in realtà ci appare come un’involuzione: è un sound meno incisivo e vitale di quello a cui ci avevano abituati. E se in Brick By Brick, Don’t Sit Down ‘cause I’ve Moved Your Chair (rispettivamente video e singolo che hanno preceduto la release dell’album), Library Pictures e All My Own Stunts si sentono ancora gli echi degli Arctic Monkeys degli esordi, la sensazione complessiva è quella di avere di fronte un album poco energico e forse troppo conforme agli standard dell’indie britannico più mainstream.

(2011, Domino)

01 She’s Thunderstorms
02 Black Treacle
03 Brick By Brick
04 The Hellcat Spangled Shalalala
05 Don’t Sit Down ’cause I’ve Moved Your Chair
06 Library Pictures
07 All My Own Stunts
08 Reckless Serenade
09 Piledriver Waltz
10 Love Is A Laserquest
11 Suck It And See
12 That’s Where You’re Wrong

A cura di Alessia ‘Alyssa’ Amenta

CATEGORIA: RECENSIONI

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