Cat Power – Wanderer

C’è una presunzione di bellezza e godimento nei confronti di Chan Marshall, non più giovane cantautrice che da oltre venticinque anni gira il mondo sotto lo pseudonimo di Cat Power. La somma di due elementi: da un lato Cat Power, con una voce soffice, dolce e malinconica come un carrillon, i suoi arrangiamenti così minimali da consentire un’ascolto analitico; via via, scavando, c’è poi Chan Marshall, quarantasei anni, un figlio, una malattia autoimmune e la Matador che dopo vent’anni di collaborazione le mostra un album di Adele come termine di paragone rispetto al target di vendite che si aspetta dall’artista. Cat Power icona di arte e sensualità oltre ogni stereotipo, ha viaggiato e sperimentato fuori e dentro i confini del folk, raccontando sottovoce confessioni intime con una malinconia consolatoria non sempre facile da cogliere.

Wanderer, primo album dopo un silenzio durato sei anni, è una riflessione su quanto sia paradossale e difficile restare vivi quando tutto quello che ci sosteneva muore, scompare o, più semplicemente, va via; è uno scheletro sorretto da un’austerità strumentale che non lascia molto spazio all’immaginazione. È un viaggio, quello di una donna adulta che non si è mai nascosta neanche nel momento di massima vulnerabilità e quello di un’artista che, nello scegliere se accontentare se stessa o la casa discografica si è regalata la fiducia che altri non avevano ed è andata via dalla Matador portando il suo lavoro via con sé.

“Wanderer”, nella sua accezione più femminile e riflessiva di girovaga (non se ne risentano i tramps springsteeniani), nel suo fine ultimo di evitare fraintendimenti simboleggia un hic et nunc, a iniziare dalla copertina che ritrae un accenno di tutto ciò che per lei è l’essenziale: suo figlio, il manico di una chitarra e la stessa Marshall. Una nebbia di voci multitraccia che sembra quasi un tramonto autunnale, chitarre sbiadite, un pianoforte scheletrico imbastiscono l’intelaiatura destrutturata di un album in cui i generi sono appena sussurrati (il blues gospel della title track, il dark folk di You Get, la bossanova di Your Face, un’abbozzata sensualità ispanica in Me Voy), lo spirito errante dei testi confessa il dolore per le relazioni finite e per gli affetti persi a causa dell’abuso di droghe (Black) ed esprime il dissenso a una classe politica violenta e bellicosa (In Your Face).

Woman, in coppia con Lana Del Rey, è una lettera d’intenti di due donne con un passato complesso che le aiuta a essere ancora più autentiche nell’affermazione spasmodica della loro identità sessuale; Stay, scritta da Justin Parker, Elof Loelv e Mikky Ekko e resa famosa, nel 2012, da Rihanna, è la conferma di come ad oggi Cat Power sia una delle più grandi interpreti viventi. “Wanderer” alla fine della storia è uscito per Domino e, di sicuro, non è un album che restituisce le sensazioni al primo ascolto. È triste, a momenti arruffato proprio come una vita in viaggio. Ma è esattamente come tornare a casa: ci fa capire quanto ci è mancata.

(2018, Domino)

01 Wanderer
02 In Your Face
03 You Get
04 Woman (feat. Lana Del Rey)
05 Horizon
06 Stay
07 Black
08 Robbin Hood
09 Nothing Really Matters
10 Me Voy
11 Wanderer/Exit

IN BREVE: 4/5