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Ghemon – Scritto nelle stelle

Dopo un rinvio della data di uscita, inizialmente prevista a fine Marzo, a causa dell’arrivo di una pandemia di cui forse avrete sentito parlare, nell’ultimo weekend di Aprile è finalmente arrivato alle nostre orecchie Scritto nelle stelle, il nuovo album di Ghemon. Finalmente, sì, perché possiamo rappresentare la carriera del rapper/cantautore come una continua crescita nel linguaggio dei suoi testi e soprattutto nel sound sottostante, senza che abbia mai fatto un passo falso o si sia concesso cali di tensione qualitativi in sei dischi ufficiali e mixtape vari. Insomma, ogni nuovo disco da lui pubblicato è sempre qualcosa di fresco e atipico nell’uniformità del panorama sonoro del nostro Paese.

Nell’indiscutibile “italianità” della formula hip hop proposta da Ghemon (proviene d’altronde dall’attitudine della scena rap italiana anni ’90, quella della golden age, una delle migliori a livello europeo), è dall’album-svolta della sua carriera, “ORCHIdee” del 2014, che si può percepire il costante avvicinamento a un sound tipicamente statunitense: la peculiarità però è stata non guardare al gangsta rap o alla trap di Atlanta e i suoi cassoni digitali, ma al neo soul/r’n’b suonato, con batterie e fiati. “Mezzanotte” del 2017, con le dovute proporzioni, è stata la risposta italiana più riuscita a nuovi album hip hop americani che si incontravano col jazz e con il funk degli anni ’70, come “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar e “Awaken, My Love!” di Childish Gambino. Da “Mezzanotte” a quest’ultimo lavoro, è da registrare tra l’altro un’apparizione al Festival di Sanremo del 2019, che incredibilmente non ha corrisposto a una figura di merda come capita per molti artisti, anzi ci ha regalato il piacere di vedere ospiti i Calibro 35 in diretta su Rai Uno ad accompagnare il rapper nel soul di “Rose viola”.

“Scritto nelle stelle” è l’ideale continuazione di questo filone tra l’America e Avellino, un disco più quadrato dei precedenti, tra il groove e la melodia, con più gioia e meno paranoia nelle liriche. Se già si era a conoscenza della sua capacità di rappare in modo fluido e articolato, questo album è infatti un’ulteriore dimostrazione delle capacità vocali di Ghemon, che canta sempre meglio: la dimostrazione è il primato dei ritornelli sulle strofe, dai più distesi (Inguaribile e romantico) ai più vivaci, come Champagne, verosimilmente la prossima hit radiofonica in Italia, e ben venga. Il pezzo migliore è uno dei singoli presentati nei mesi precedenti l’uscita, In un certo qual modo, il perfetto punto d’incontro tra la ballabilità funk di Anderson .Paak e (finalmente!) la ricchezza linguistica dell’italiano, troppo bistrattata negli ultimi tempi anche da quelli con la barba e la chitarra acustica. Non si sentiva qualcosa di simile a quel titolo dai tempi di quel “Ma fintanto che sei qui…” di subsonica memoria.

È questo l’unicum di Ghemon, l’essere a metà tra i suoi colleghi riuniti sotto l’etichetta “conscious rap” (tradotto: quelli noiosi e cervellotici, che non si mettono alle feste in casa, tipo Murubutu) e la nuova ondata di rapper alternativi, ahimè troppo it-pop e poco hip hop, come Frah Quintale e Willie Peyote. La sua verità sta nel mezzo, con i pregi di entrambe la parti. Così, la personalità di Ghemon in “Scritto nelle stelle” è riuscita ancora una volta a trasparire, riuscendo a consegnare un altro buon lavoro a un genere, l’r’n’b, che fa storicamente fatica a prendere terreno in Italia.

(2020, Carosello / Artist First)

01 Questioni di principio
02 In un certo qual modo
03 Champagne
04 Due settimane
05 Cosa resta di noi
06 Inguaribile e romantico
07 Buona stella
08 Io e te
09 Un vero miracolo
10 Un’anima
11 K.O.

IN BREVE: 3,5/5

Stefano D. Ottavio
Bassista nei SICA, diviso fra Torino e Bologna, mette per iscritto le sue opinioni sulla musica così da evitare di rompere le palle degli amici a voce.