Iggy Pop – Post Pop Depression

postpopdepressionPer il suo commiato dalle scene, Iggy Pop allestisce una formazione di lusso. Ci sono Matt Helders degli Arctic Monkeys alla batteria, Dean Fertita e Sua Signoria Josh Homme dei Queens Of The Stone Age a stendere la mano sull’opera in veste di co-writer e produttore.

Pervaso dalla strisciante malinconia tipica degli addii, Post Pop Depression mette in mostra i pregi e i difetti emersi nella scrittura di Homme nell’ultimo decennio. Iggy ci mette del suo con l’inconfondibile stile vocale ormai però privo della causticità d’un tempo, più ponderato, a tratti quasi stanco alla veneranda età di 68 anni, ma è il leader dei Queens Of The Stone Age a prendersi la scena con le chitarre rivestite d’una caliginosa patina desert-blues e a fare il buono e cattivo tempo in sede di composizione.

Infatti, là dove emergono scorie di “Era Vulgaris” la macchina gira a vuoto (In The Lobby, American Valhalla), facendo da contraltare a buoni episodi che vanno dritti al punto col pilota automatico inserito (German Days, che riprende i rotolamenti di “… Like Clockwork” o la sinuosa opener Break Into Your Heart).

Le cose migliori di “Post Pop Depression” sono là dove Iggy si affranca dalla QOTSA-dipendenza, ovvero nei dintorni del Bowie berlinese di Gardenia e nella sgambettante Sunday, che ha la benedizione dei Talking Heads. Il resto scorre senza colpo ferire tra l’arido western-style di Vulture o la chiusa di Paraguay, rovente tramonto che fa calare il sipario tra gli alberi di yucca del deserto del Mojave.

“Post Pop Depression” non ha nulla di esteticamente orrendo, gli manca piuttosto il guizzo in grado di trasformarlo in un album da mettere su per una settimana intera o più. Insomma, è un addio che sarebbe potuto venire meglio, ciononostante Iggy Pop ci mancherà e non poco.

(2016, Loma Vista)

01 Break Into Your Heart
02 Gardenia
03 American Valhalla
04 In The Lobby
05 Sunday
06 Vulture
07 German Days
08 Chocolate Drops
09 Paraguay

IN BREVE: 3/5