John De Leo – Il Grande Abarasse

ilgrandeabarasseAlla fine ce l’ha fatta. A sette anni da “Vago Svanendo”, esordio solista che battezzava una nuova vita artistica, John De Leo, ex voce dei Quintorigo, si ripresenta al suo pubblico con Il Grande Abarasse. Un altro lavoro da meditazione che cresce passaggio dopo passaggio e che ne segna la definitiva maturità. Il cantautore romagnolo non muta nulla del suo stile, che si abbevera alla narrativa quanto alla filosofia, alle arti visive quanto alla musica d’avanguardia e ne sovrascrive i connotati, modellando un disco omogeneo, fluido, senza punti di rottura.

La musica di De Leo ricorda il surrealismo magico di scrittori russi come Bulgakov e Gogol’, mantiene vive ombre flebili che si muovono nel sottobosco dei suoi racconti. “Il Grande Abarasse” narra infatti la vita di un condominio e delle piccole figure che lo abitano, tutte in attesa di un’esplosione, metafora del cambiamento ma anche della risoluzione dei conflitti. C’è tensione, ma c’è anche tanta umanità. Si prenda Io non ha senso che si schiude su un’eterea texture di chitarra à la Godspeed You! Black Emperor e raggiunge l’acme negli slanci del ritornello con un testo ricco di dubbi esistenziali profondi e attuali (Io non ha senso / tra Risorse Umane). O la struggente Di noi Uno, che si libra come una tempesta di foglie morte in un’alba dai colori vibranti.

Eppure l’iniziale Intro – E’ già finita? / Il cantante muto potrebbe depistare con quel basso iperdistorto e quel groviglio di elettronica che esplode sul finale. Ma Il gatto persiano conduce dritti nei territori del De Leo più assurdo, quello che coniuga human beats e scat jazz e che da solo fa un gruppo (tutti gli strumenti sono “suonati” dalla sua voce). La Mazurka del Misantropo sembra eseguita da una fanfara in un villaggio dell’est europeo mentre sono evidenti le campiture autunnali di Chopin e Satie in Primo Moto Ventoso. Non mancano colpi più pop-oriented come Apocalissi Mantra Blues e 50 Euro che sembra sbucata da un poliziesco anni Settanta. L’unico passaggio a vuoto è lo spoken inglese di The Other Side Of A Shadow che non aggiunge nulla all’umore generale dell’album e suona lunga e dispersiva.

De Leo regala una collezione di canzoni affascinanti, mai banali sia nelle soluzioni melodiche che negli arrangiamenti, tutte costruite attorno alla sua voce dalle mille sfumature che tramuta ogni brano in racconto polifonico. La lunga attesa è stata più ripagata.

(2014, Carosello)

01 Intro – E’ già finita? / Il cantante muto
02 Il gatto persiano
03 La Mazurka del Misantropo
04 Io non ha senso
05 Primo Moto Ventoso
06 Apocalissi Mantra Blues
07 50 Euro (Trappo_Lounge)
08 The Other Side Of A Shadow
09 Di noi Uno (Bond Of Union)
10 Muto (Come un pesce rosso)

IN BREVE: 4/5