Johnny Marr – Call The Comet

Gli Smiths rimarranno per sempre nell’immaginario collettivo come la band che più di tutte è stata un riferimento per la scena post punk, new wave, indie pop degli anni ‘80. Morrissey e Marr fanno così tanto parte del DNA della musica di quegli anni che, raramente, passa un giorno senza sentirli o vedere la loro immagine associata a nuove band che ce li ricordano. Eredità scomoda con cui fare i conti, da cui allontanarsi o, come nel caso di Call The Comet, terzo album di Johnny Marr, da cui ripartire.

La maledizione di questo genere di eredità sta proprio su come la gestisci una volta che decidi di chiudere il capitolo. Eppure Johnny è andato avanti, il caleidoscopico chitarrista appare rinato dopo gli anni cupi post-Smiths e gli inquietanti riflessi di Morrissey, riuscendo a fare un’inversione che trova la sua piena espressione in questo lavoro.

“Call The Comet” si apre con la melodia tremolante dalla sfumatura futuristica di Rise, che squarcia il muro del suono con raffiche inquiete di chitarra glam rock in continua espansione, quasi come a preparare la scena per l’ora di musica che verrà. Il ritmo-guida continua nella successiva The Tracers, dove il riff superbo e la lucentezza della tastiera vanno di pari passo con il basso e la batteria, brano vagamente psichedelico che riporta alla mente il ritmo di tamburo battente di “The Queen Is Dead”. L’atmosfera diventa un po’ cupa quando suonano in successione Hey Angel e Hi Hello, che trasudano new wave/gothic rock da tutti i pori. Hey Angel è un pezzo spavaldo, dall’assolo di chitarra rock blues che soddisfa anche il più scettico dei suoi fan; cadenze incantate invece per Hi Hello, che suona come se fosse nella testa di Marr già dal 1987, con quel ritornello che riporta alla mente la malinconica “There Is A Light That Never Goes Out”.

Questo terzo lavoro del chitarrista britannico è, fino ad oggi, il migliore tra i suoi progetti solisti e non mostra, nonostante l’età e l’ingombrante passato, alcun segno di saturazione: non è arrabbiato, non ribatte alle accuse né condanna. Dal punto di vista lirico, il cantante inglese abbraccia il concetto di una società alternativa dal futuro utopico, una sorta di “realismo magico”, come da egli stesso affermato. Influenzato dalle elezioni presidenziali americane del 2016, Marr scrive le prime righe della prima canzone in un hotel di New York, due giorni dopo l’elezione di Trump: “Now here they come, It’s dawn of the dogs, they hound, they howl, never let up the fear is on. Questo disco è intriso di accenni glam apocalittici à la Ziggy Stardust, i sintetizzatori acustici e le chitarre sono al massimo dell’euforia in My Eternal dove l’inglese canta: “All the saints are underground”.

Con New Dominions l’artista cerca la svolta futurista, drum fortemente sintetizzata che si aggancia alla chitarra industriale, linea di basso che pulsa pesantemente e spigolose trombe si confondono tra loro in modo sinistro, dando vita a un gothic dance che stona leggermente con il resto delle altre tracce. Verso la fine arriva Spiral Cities, brano struggente e glorioso che potrebbe essere il singolo cardine della tanto sognata reunion degli Smiths, nonché prova di come Marr non abbia alcuna paura nell’abbracciare la sua stessa eredità, colorandola di nuove sfumature.

Ci sarà sempre un’oscura presenza nella stanza con Johnny Marr, una vecchia presenza con cui ha lavorato per l’ultima volta trentuno anni fa. Con “Call The Comet” Johnny non si lascia scalfire dal fantasma del Natale passato, brilla di una luce nuova, inaspettata e si guadagna finalmente l’attenzione che merita, chiudendo a chiave la porta di quella stanza che per tanto tempo è stata condivisa da due inscindibili entità.

(2018, New Voodoo)

01 Rise
02 The Tracers
03 Hey Angel
04 Hi Hello
05 New Dominions
06 Day In Day Out
07  Walk Into The Sea
08 Bug
09 Actor Attractor
10 Spiral Cities
11 My Eternal
12 A Different Gun

IN BREVE: 4,5/5