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Kongh – Sole Creation

Non vorrei azzardare pronostici alla glande di fedele quadrupede domestico, ma il 2013 promette bene per le lerce orecchie di chi adora le chitarre grasse e possenti, ha la barba, la panza e bestemmia ruttando. Clutch, Kvelertak, Cult Of Luna, Locrian, Ken Mode, Darkthrone, Minsk, A Storm Of Light sono solo alcuni dei nomi che hanno sbandierato un ritorno sulle scene nei prossimi dodici mesi. Non posso che gioirne, sperando anche che gli hipster e i loro fottuti e inutilissimi beniamini da mezza stagione di gloria vengano spazzati via (prontamente rimpiazzati da un nuovo trend da social network, ci mancherebbe).

Si potrebbe iniziare ad annientarli alzando al massimo le casse dello stereo al passaggio dei Kongh, trio svedese che già solo dal nome incute timore, con conseguente perdita di controllo dello sfintere. Se state pensando che questi qua fanno musica pesante, avete sbagliato. Fanno roba pesantissima. Da ustioni auricolari. Giunti al terzo capitolo discografico, i Kongh rimettono in scena un mondo sull’orlo del collasso in cui la furia metallica danza su cadaveri e rovine di una civiltà decaduta. Più razionale e sfaccettato di quel macigno sonoro che fu “Shape Of The Shapeless”, Sole Creation è un album dall’enorme potenziale, riunendo il meglio del doom post-coreizzato: le atmosfere rancide e opprimenti di Unearthly Trance e Rwake, le pachidermiche andature degli Ahab (alcune soluzioni ricordano “Call Of The Wretched Sea”), gli arpeggi dissonanti e oscuri dei primi Mastodon.

Tante influenze, ma con tonnellate di personalità profuse in questi 44 minuti ripartiti in 4 composizioni: pallottoliere alla mano, fatevi due conti su quali odissee soniche si affrontano qui dentro. Quel che più mi colpisce è come il singer David Johansson integri perfettamente le aperture vocali melodiche a un tessuto tanto caustico senza svilirne l’impatto. La title-track è il vero capolavoro di questo disco con il suo refrain epico, i cambi di passo e il riffing serrato come le mascelle di un predatore sulla gola della vittima. L’impianto fondamentale e certe venature di suono richiamano l’hard-prog anni Settanta: non è remoto il ricordo delle tempeste marine dei mai dimenticati High Tide (con i dovuti distinguo di decibel).

L’anima prog viene fuori nei tortuosi sviluppi di Tamed Brute (l’ingresso vocale rammenta i Soundgarden di “Ultramega Ok”), tra riduzioni d’intensità e furiose esplosioni. O nella glaciale Skymning, col suo incedere narcolettico e visionario che discende dalla psichedelia desertico-isolazionista degli Earth, ma valorizzata da una voce solenne e riverberata come Satana comanda. Tanta furia, tanti elettroni che fustigano l’anima, tanta cattiveria metalloide che mi fa sballare. Se non siete adepti della sacra Macedonia-Shuffle nell’iPod e, da buoni retrogradi, ascoltate ancora un disco da cima a fondo, sapete già quel che dovete fare.

(2013, Agonia)

01 Sole Creation
02 Tamed Brute
03 The Portals
04 Skymning

Marco Giarratana
Starnazza dietro il microfono per la sua band stoner, gli Jussipussi, e spiccherà presto il decollo col suo progetto solista Blackwhale. Sfornella per il suo blog culinario Uomo Senza Tonno e bazzica su Il Cibicida dal 2006.