Home EXTRA Caribou e Four Tet ci danno una mano in quarantena

Caribou e Four Tet ci danno una mano in quarantena

Come se si fossero messi d’accordo, come se già sapessero cosa stava per succedere, proprio allo sbocciare del periodo più nero della storia contemporanea due amici hanno fornito all’umanità dei grossi regali, utili oggi quasi quanto le mascherine sanitarie. Sì, perchè Caribou e Four Tet, alias di Dan Snaith e Kieran Hebden, amici nella vita e collaboratori di lungo corso, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro hanno pubblicato due album che ora è difficile considerare come opere separate. Suddenly, dopo una scappatella sul dancefloor durata un lustro sotto il moniker Daphni, è il decimo album a nome Caribou, ed è arrivato sulle piattaforme digitali lo scorso 28 Febbraio. Da una settimana possiamo ascoltare pure Sixteen Oceans, anche questo il decimo lavoro in studio per Four Tet (Coincidenze? Credo di sì), a tre anni di distanza da quella gran figata che era “New Energy”.

Di fronte alla situazione sociale in cui siamo finiti, però, possiamo mettere da parte la rigorosità “giornalistica” che farebbe collocare questi due album nel canonico discorso da critica discografica, paragonandoli al passato musicale dei due artisti, valutando se siano meglio o peggio dei dischi precedenti e blablabla. C’è molto di più, se lo vogliamo vedere e ascoltare. In un bell’articolo di recente uscito su Crack Magazine si scopre infatti come sia stato Four Tet a esortare Dan Snaith a finire prima possibile quella manciata di tracce da 30 secondi che aveva nel suo computer, come New Jade, che senza l’intervento di Hebden sarebbe rimasta nel cestino del desktop. Uniti in uno split su Text Records, in featuring di varia natura come il remix di “Melody Day” di Caribou, o nella cura a quattro mani di dj set e line-up di festival (lo Warehouse Project inglese, per esempio), i due producer sono universalmente riconosciuti come i nomi di punta della nuova ondata anni 2000/2010 di musica elettronica, avendo dato vita a quel calderone dove si incontrano indie, ambient, techno, post rock e IDM dal quale ora pescano un po’ tutti. “It’s amazing that we found each other. He’s like a brother to me”. Siamo come fratelli, è bellissimo esserci incontrati, dice Caribou alla stampa.

Ora che noi non possiamo contare per un bel po’ di tempo sul conoscere nuovi amici con cui condividere le nostre idee migliori per colpa di questa dannata quarantena, possiamo almeno godere dei frutti di questo bellissimo (non)sodalizio artistico mettendo di fila i due album appena venuti alla luce, magari in una playlist di Spotify. Parte per primo “Suddenly”, un disco solare, gentile, che prende tutto ciò che c’è di buono nello spettro sonoro dando nuova vita a quella roba che gli amanti delle etichette chiamano indietronica. La voglia di fare a sei anni di distanza dall’ultimo lavoro si fa sentire nella versatilità di suoni, dal synthpop all’hip hop (Sunny’s Time) fino al soul d’altri tempi di Home, pezzone da inviare ai propri cari come promessa di rivedersi presso. La malinconia e la preponderanza di questo cantato intimo non sono piaciute a molti critici, ma il disco prende tutta un’altra piega se considerato come l’apripista, il pre serata della discoteca mentale che ci offre “Sixteen Oceans”. L’ultima traccia di Caribou, Cloud Song, con i suoi 6 minuti in equilibro tra il prog rock e il sottofondo del meteo del TG regionale, apre la porta alle cose più pestone di Four Tet. Subito si balla sulla cassa di School e Baby, dove compare la voce di un’improbabile ma adeguata Ellie Goulding. Finito il tiro, ritorna il sound sognante a cui il producer ci ha abituato nel tempo, tra cui spicca l’ipnotico singolo Teenage Birdsong e la seguente Romantics.

Il risultato è quello di due album che si completano a vicenda, offrendo un quadro di serenità e nuova energia. Gentile come l’ambient, forte come la cassa dritta. Si potrebbe pensare che non siano i dischi migliori né dell’uno né dell’altro, o che non finiranno nelle classificone di fine anno che già a Marzo mettono ansia più del virus in circolazione, ma come si diceva prima ciò ora non conta. In questi due dischi, se messi insieme e ascoltati nella ora e mezza abbondante che fanno insieme, o ancora meglio scandagliati nella routine della nostra vita da reclusi, c’è tutto quello che si serve musicalmente: ci si può fare yoga e meditare, si può andare sulla cyclette e fare i push up, leggere, pulire casa in stati allucinogeni, si può ballare sul balcone Insect Near Piha Beach al posto di quelle solite canzoni di merda italiane, fare un aperitivo su Skype e così via. Se usciremo vivi da tutto ciò, sarà anche grazie a questi regali arrivati da due amici a inizio Marzo. Se ne usciranno vivi anche loro, sarebbe bello vederne i nomi in una nuova collaborazione ufficiale.

Stefano D. Ottavio
Bassista nei SICA, diviso fra Torino e Bologna, mette per iscritto le sue opinioni sulla musica così da evitare di rompere le palle degli amici a voce.