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Glen Hansard e il suo mondo di incontri

Photo Credit: Anti / Stephan Vanfleteren
Photo Credit: Anti / Stephan Vanfleteren

Glen Hansard è morto. Lo dico così, come se adesso io schioccassi le dita. Come quando fai un piercing e ti dicono di contare fino a tre e poi invece te lo fanno senza aspettare. Torno con precisione chirurgica a un pomeriggio di Ottobre 2019. Al freddo di Catania. Non un freddo eccezionale, semplicemente quello che allora sembrava normale. Ricordo la pioggia, il telefono, lui che camminava nella cucina della sua casa di Dublino preparando un infuso prima di partire per il tour. Sento perfettamente il rumore del pentolino e della tazza. L’acqua che scorre dal rubinetto. Adesso è come se fossi esattamente lì, con lui a preparare quella fottuta tisana. Quell’intervista (che trovate a questo link) non appartiene soltanto a un artista che non c’è più: è figlia di un mondo che nel frattempo è scomparso: prima della pandemia, prima che le stagioni sembrassero tutte e soltanto una, prima che ricordare una giornata fredda di Luglio o di primavera a Catania suonasse quasi come un esercizio di memoria.

Di tutto quello che sarebbe forse appropriato ricordare di Glen Hansard, l’Oscar del 2007 come miglior canzone originale per “Falling Slowly”, la lunga militanza nei Frames, poi gli Swell Season, una splendida discografia, collaborazioni eccellenti o il suo impegno sociale costante, l’unica che parte davvero direttamente dallo stomaco è la percezione tangibile della sua delicatezza. La capacità immensa di ascolto e di restituzione di quell’ascolto in esperienza collettiva, come ha detto lui stesso nel corso di quell’intervista del 2019.

Glen Hansard era uno di quei musicisti incapaci di pensare la musica come un atto di possesso. Le canzoni erano luoghi da condividere. Nel corso della sua carriera aveva attraversato il folk, il rock, il cinema e il successo internazionale, ma senza mai perdere l’attitudine del busker: quella disponibilità a lasciarsi cambiare dall’incontro con gli altri. In “This Wild Willing” (2019), probabilmente il suo disco più compiuto, aveva rinunciato all’idea di controllo, trasformando lo studio di registrazione in uno spazio aperto dove decine di musicisti provenienti da tradizioni diverse potevano ascoltarsi, contaminarsi e costruire insieme qualcosa che nessuno, da solo, avrebbe potuto immaginare.

La sua cifra non era l’eccezionalità tecnica né la ricerca dell’originalità a tutti i costi. Era la purezza e lo stupore nell’improvvisazione, nella possibilità che culture lontanissime trovassero una lingua comune senza bisogno di cancellare le proprie differenze. Per questo “This Wild Willing” non era un semplice disco di contaminazioni, ma un manifesto dell’incontro: Parigi, l’Irlanda, la musica persiana, il mare, i viaggi, l’amicizia, le pause, il silenzio. Tutto convive senza gerarchie, come se Hansard avesse finalmente capito che la sua voce diventava più forte proprio quando smetteva di essere l’unica.

Credo fermamente che la sua arte lo racconti meglio di qualsiasi biografia. Una vita costruita su incontri, scambi, silenzi, partenze e lente riprese. Un moto costante che partendo da Dublino arrivava a Parigi, passando per l’Iran e la Sicilia. Geografie lontanissime che nelle sue canzoni smettevano di essere confini per diventare una lingua comune. Forse è per questo che oggi, più dell’Oscar, degli album, delle cene con gli U2 o i tour con Eddie Vedder, io continuo a sentire il rumore di un pentolino in una cucina di Dublino. Era il suo modo di fare musica, ma anche il suo modo di stare al mondo.

Lejla Cassia
Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.