Home EXTRA ANNIVERSARI The Beatles: 55 anni di Revolver

The Beatles: 55 anni di Revolver

Molto spesso capita di associare ogni forma di sperimentazione ed elettronica a periodi tutto sommato recenti. Altrettanto spesso succede di identificare i Beatles come fenomeno culturale e musicale del secondo Novecento, senza però sapere bene come e in che termini abbiano rivoluzionato la composizione, l’ascolto e l’impatto, sia della produzione che della fruizione, di un album in studio. Facciamo un passo indietro.

Nel 1966 i quattro di Liverpool sono all’apice di un successo in grado di far tremare icone intoccabili come Elvis Presley o coetanei brillanti come i Beach Boys. Nonostante fossero poco più che ventenni, i Beatles iniziarono a reputare insufficiente il contenuto e le modalità delle loro produzioni, spesso finalizzate a una buona resa dal vivo, in grado di sovrastare le urla lancinanti di un pubblico in delirio. Impianti audio ormai inadeguati, amplificatori che rischiavano di andare fuoco e una stanchezza atavica dovuta a un tour massacrante che dal “Ed Sullivan Show” li aveva portati fino sino a Tokyo, convinsero i quattro a prendere una pausa con le esibizioni dal vivo.

Non è un caso che Revolver coincida con la sospensione dei live, trasformandosi nel frutto irripetibile di una maggiore concentrazione nella scrittura dei brani: la possibilità per i quattro di incidere un album senza più preoccuparsi della loro resa dal vivo o dei rumori della folla si concretizzò in un suono ragionato, impegnato nella sua creazione, un suono che fosse prima di tutto da ascoltare e non solo da ballare. Un suono colto. 

“Revolver”, registrato agli EMI Studios di Abbey Road (tolta la possibilità di incidere in America, per mancato investimento della EMI stessa) è uno degli esempi lampanti per comprendere in minima parte l’importanza dei Beatles nelle produzioni future. Fu l’album dell’ADT (Automatic Double Tracking), della velocità variabile del nastro, dei loop, della musica da camera, del backmasking, della musica indiana e di molti altri “magheggi” ottenuti grazie alla sala di registrazione:

− L’ADT: fureso possibile anche grazie all’abilità di Ken Townsend nello sfruttare al massimo le potenzialità dello Studer J37, primo registratore valvolare a quattro piste. L’automatic double tracking consisteva nel moltiplicare le sovraincisioni vocali e sovrapporle tra loro, creando un leggerissimo effetto fuori sincro e una vocalità molto più piena rispetto al normale. L’ADT, sperimentato poco prima su “Rain”, lato B di “Paperback Writer”, divenne una costante nel loro processo di registrazione, comparendo sulla maggior parte delle tracce di “Revolver” (Eleanor Rigby, I’m Only Sleeping, And Your Bird Can Sing, Doctor Robert) e di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, con enorme soddisfazione di Lennon.

− I tape loops: la risata di Paul McCartney trasformata nel verso di un gabbiano, flauti e violini che escono dal Mellotron, un sitar distorto nella pausa strumentale, l’assolo di chitarra di Taxman invertito e rallentato di un tono, le dita strofinate su un bicchiere di vetro, fanno di Tomorrow Never Knows l’unica traccia della discografia dei Beatles impossibile da riprodurre allo stesso modo una seconda volta: esempio reale e tangibile di genio e casualità.

− Backmasking: c’è un effetto lievemente sghembo in I’m Only Sleeping e non è casuale. Le due parti di chitarra, concepite ed eseguite da George Harrison durante una sessione notturna di cinque ore, il 5 Maggio 1966, sono state invertite e reincise due volte: la prima effettata fuzz, la seconda completamente disadorna. Come l’ADT, anche il backmasking era già stato testato su “Rain”.

− La musica da camera:lavorare con strumenti associati alla musica classica è stato un marchio di fabbrica di Paul McCartney, grazie anche all’apporto di George Martin, non solo produttore ma anche compositore di musica sinfonica. Eleanor Rigby, solo parole e un ottetto d’archi (quattro violini, due viole, due violoncelli) è il capolavoro indiscusso dei Beatles.

− Sitar, tablas e musica indiana: all’inizio degli anni ’60 George Martin aveva avuto contatti con l’AMC (l’Asian Music Circle, organizzazione fondata a Londra dai coniugi Angadi volta a promuovere la cultura indiana). Durante la registrazione di “Norwegian Wood”, fu Martin a chiamare Ayana Angadi perché aiutasse George Harrison a ricomporre le corde del suo sitar. Da qual momento in poi, Harrison fu frequentatore assiduo dell’associazione e dei suoi musicisti, tanto che per Love To Youne verranno impiegati alcuni, come Anil Bhagwat e le sue tabla. Bhagwat fu citato anche nei credits, cosa non scontata data la reticenza dei quattro nell’accreditare estranei tra le note di copertina dei loro album. Rimasero misteriosi i motivi della rottura tra Harrison e gli Angadi, avvenuta qualche mese dopo l’uscita di “Revolver”.

Uno studio di registrazione che non è solo strumento di missaggio e incisione ma parte di una congiuntura astrale perfetta per preparare un allunaggio musicale nel nuovo millennio. Esperimenti e prime volte destinate a cambiare radicalmente l’approccio alla composizione, fuori e dentro la sala di registrazione. Nessun primato invece per la copertina: “Revolver” fu il secondo album dei Beatles, dopo “Rubber Soul”, a non citare il gruppo in copertina. L’artwork in bianco e nero, che nel 1967 vinse il Grammy per la migliore copertina, fu realizzato da Klaus Voormann, musicista e stretto collaboratore dei Beatles, sotto un compenso di quaranta sterline.

Alla fine del 1966 George Harrison diventava discepolo di Ravi Shankar e Paul McCartney, appassionato alla controcultura di massa, organizzava mostre di artisti emergenti presso la Indica Gallery e invitava John Lennon a visitare il vernissage di una certa Yoko Ono. Mancavano pochi anni alla fine di un gruppo destinato, malgrado tutto, a non morire mai. 

ETICHETTA: EMI
DATA D’USCITA: 5 Agosto 1966

Lejla Cassia
Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.