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Verdena: «Wow, tra prog e Beach Boys»

verdenaintervista2011I Verdena lo sanno bene come ci si rinnova nel rock: cambiando. Sono in corsa da oltre 15 anni, ma mai nella loro carriera hanno ripetuto lo stesso canovaccio. Il risultato? Alle volte spiazzante, ma sempre stimolante. Il loro nuovo arrivato, “Wow”, è così un puzzle di 27 canzoni variopinte. Immaginatevi un quadro di Liechtenstein, una tela pop art, i nuovi Verdena, sono rock, prog, acustici, si affidano al pianoforte di Alberto Ferrari, ai cori alla Beach Boys e alla schizofrenia. Un doppio disco impegnativo, forse confusionario, ma assolutamente vivo.

Alberto, “Wow” è un laboratorio dei Verdena sulla musica?
Penso sia un disco sperimentale sì, nel senso che a noi piace sempre battere nuove strade e ogni volta che facciamo un album cerchiamo di trovare qualcosa di nuovo per noi stessi a livello musicale. Se non ci diamo una scossa non stiamo bene e fare sempre le stesse robe ci annoia da morire. Da questo punto di vista la sperimentazione è una forma di sopravvivenza.

Altra parola chiave è improvvisazione?
C’è anche quella di sicuro, però molto meno presente rispetto al precedente “Requiem” che era totalmente basato sull’estemporaneità. “Wow” è più studiato, le canzoni sono specie di matriosche, c’è una struttura più consapevole. Insomma, una volta che le canzoni sono partite poi siamo stati noi a avviarle verso le direzioni che volevamo.

Avete optato per il disco doppio, sembra una scelta fuori tempo in era digitale…
Non ci faccio molto caso a queste faccende di vendita o di marketing. Noi l’abbiamo fatto perché la soddisfazione definitiva rispetto a questo disco è arrivata solo nel momento in cui abbiamo raggiunto l’attuale tracklist. Poi io non capisco neanche ‘sto fatto del downloading, della gente che ascolta solo mp3, anzi un disco doppio dovrebbe essere più allettante per il pubblico e, considerando quanto lo stanno comprando, credo abbiano apprezzato la nostra scelta.

Delle 27 canzoni qualcuna ha rischiato di rimanere fuori?
In realtà inizialmente erano 31, poi siamo arrivati a questo numero e non abbiamo reputato di tagliare altro. Ti ripeto, a noi piace così, non saremmo stati soddisfatti con qualcosa di meno o di più. Certo, c’è qualche pezzo più leggero, ma è comunque importante nella logica dell’alternanza dei pesi di un disco.

Ancora novità: il pianoforte. Scelta ponderata o istinto?
100% istinto, non so perche mi sono seduto al piano, era lì, non lo usava nessuno e mi sono detto “dai proviamo a vedere cosa succede”. Così gli ho attaccato i distorsori e li ho messi negli amplificatori della chitarra e sono partito. Il fatto è che, una volta seduto e scoperto come funzionava, mi sono esaltato e ho viaggiato in un mondo nuovo… entusiasmante. Il mio rapporto con la chitarra è logoro, ci ho fatto quattro dischi, il piano invece è uno stimolo per me, anche se ancora non lo so usare alla perfezione e devo ancora capire certe dinamiche mano destra, mano sinistra.

Poi ci sono i cori a sancire un’ulteriore scelta estetica…
Sì era anche questo un aspetto mai sperimentato prima. Diciamo che Brian Wilson e i Beach Boys mi hanno aiutato molto. Mi sono innamorato della loro musica tre anni fa, loro usano i cori in modo divertente e volevo divertirmi anch’io testandomi. Ho usato i cori come parti musicali sostituendo, chessò, brani di chitarra o altro. Il tutto in maniera ancora una volta istintiva, quasi primordiale.

Oltre 15 anni di Verdena, vi manca la scena degli anni ’90?
Sì assolutamente, mi manca. Era una bella scena di musicisti. Ci metto però una pietra sopra, quegli anni lì non ci sono più ed è inutile recriminare (ride, ndr). Oggi è tutto molto cambiato, nei ’90 mi sembrava tutto più vero, la gente era se stessa, la musica cercava di fare qualcosa di nuovo. Ecco, oggi non mi pare che ci sia qualcuno che sa fare di meglio, però spero di sbagliarmi.

Di voi tre si dice che siete legati da un equilibrio precario. È vero?
Non lo so, non credo, è Luca (Ferrari, il batterista, ndr) che è pessimista da questo punto di vista. Per me va tutto bene, certo siamo un gruppo con degli alti e bassi, litighiamo parecchio, ma secondo me litigare fa bene. Quando non si litiga è male perche non si tirano fuori i problemi. Io, Luca e Roberta siamo una band che esterna molto, quando litighiamo la giornata è proprio da buttare, ma io lo vedo come un pregio.

Di certo rispetto ad altri avete scelto la riservatezza. Siete rimasti a Bergamo come agli esordi. La provincia vi ha preservato?
Sì, ma rischierò di essere ripetitivo, noi lo facciamo normalmente. Vedi, qui ci sono i nostri amici, la nostra famiglia, le nostre case. Non avrei mai la tentazione di andare a Milano. Io amo la nostra piccola saletta a Bergamo, mi piace che gli amici vi entrino ed escano continuamente. Mi piace la normalità.

Dal vivo suonerete mai “Wow” per intero?
No, il disco è molto lungo, vogliamo fare anche pezzi vecchi perché ci teniamo a farli. Ci piace cambiare le scaletta in continuazione, ci piace fare le cose vecchie perché il nostro pubblico le vuole e anche noi ci divertiamo a suonarle. Fare tutto “Wow” risulterebbe qualcosa di apocalittico, oltre tre ore di concerto. Magari ce lo riserveremo per il futuro in qualche situazione particolare.

Riccardo Marra
Giornalista e autore, scrive per RAI e Mucchio Selvaggio. Qualche volta anche speaker radiofonico e blogger. Fondatore de Il Cibicida.