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Charalambides – Exile

Ci sono voluti cinque anni per concepire, scrivere, registrare e pubblicare Exile. Un tempo lunghissimo per Tom e Christina Carter, non più insieme nella vita ma ancora legati dalla musica. Magie dell’arte che ridefinisce equilibri e rapporti tra gli individui. Se quindi una lavorazione quasi interminabile e la rottura del rapporto coniugale tra i due musicisti poteva far ventilare dubbi sulla qualità di questo nuovo e tanto atteso lavoro, sappiate che “Exile” è uno dei vertici compositivi del duo texano. Impressionante nella sua profondità emotiva che scava in ambienti scarni e ingrigiti, il ritorno dei Charalambides è un maestoso inno alla solitudine. C’è qualcosa che ricorda la decadenza degli Swans, la loro solennità che si abbevera all’angosciante mistero dell’esistere, la consapevolezza dell’irrinunciabilità della morte. La vita non ha alcun lieto fine. Trovarsi in mezzo agli oltre quattordici minuti di Words Inside è volare via nella notte tra le dune buie del deserto e perdersi tra gli sciami di sabbia. Christina Carter tocca vette di spoglia eleganza, sia nei cori che nei temi melodici portanti di tutto l’album. La sua interpretazione è austera, la sacerdotessa intona i canti del funerale dell’anima. Tom Carter, da par suo, rielabora la tradizione rurale americana all’interno di paradigmi minimali nelle strutture, ma acuti e ricercati nelle costruzioni. Ogni nota è lì dove deve stare, sbocciata nel silenzio e collocata con estrema precisione. L’esilio è estirpazione e spesso vagabondaggio e il fatto che “Exile” sia stato registrato in studi dislocati in diversi punti degli Stati Uniti (Massachussettes, New Humpshire, New York) è un fatto che qualifica l’essenza del titolo. Autumn Leaves è un country disossato di cui sono rimaste solo poche cartilagini e tendini secchi agitati dal vento polveroso. In vent’anni di carriera i Charalambides hanno pennellato eccellenti affreschi di surrealista rock di frontiera, ma ciò a cui danno vita nel cuore di “Exile” ha del clamoroso: dapprima la sepolcrale Immovable, col lieve delay sulla voce di Christina che pare provenire dal ventre di un’oscura grotta; poi Before You Go, trenodia sospesa sulle onde di un mare di cenere dal quale si leva un vespaio d’archi scatenato dal violoncello di Helena Espvall degli Espers e Margarida Garcia al contrabbasso. Il vortice di emozioni è possente, la grandiosità di queste otto tracce è da scoprire ascolto dopo ascolto. Affascinante come poche altre cose uscite quest’anno, questo è uno di quei dischi che allevia il senso di solitudine che accompagna ogni essere umano consapevole sul sentiero dell’elevazione spirituale che precede l’estinzione nell’oblio.

(2011, Kranky)

01 Autumn Leaves
02 Desecrated
03 Words Inside
04 Immovable
05 Before You Go
06 Into The Earth
07 Wanted To Talk
08 Pity Pity Me

A cura di Marco Giarratana