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David Bowie – Blackstar

Il giubbino appoggiato sulla sedia, un paio di occhiali scuri per ripararsi da sguardi indiscreti e un drink da far oscillare per apprezzarne meglio il colore. Bowie se ne sta lì, tranquillo, al 55 Bar di Christopher Street a New York. Fuori c’è una notte di primavera del 2014. Dentro, invece, si esibisce il quartetto di Donny McCaslin, che mette assieme un elaboratissimo set di jazz sperimentale. Bowie è estasiato, ma i suoi amici lo avevano avvertito: “David, devi ascoltarli, non te ne pentirai, ti piaceranno un sacco!”.

Bowie addirittura fa di più: pochi giorni dopo di quel live, si mette in contatto con McCaslin & Co., perché c’è qualcosa nel loro suono selvatico e sofisticato che gli “suggerisce” che è arrivato il momento di cambiare, ancora una volta, e che il suo nuovo Blackstar deve suonare così: intricato come rami di un bosco, complesso come un vecchio libro, ma soprattutto “per nulla rock”, come spiega dettagliatamente al producer Tony Visconti al momento di iniziare i lavori.

Ne vengono fuori sette pezzi incredibili, sì, appunto… mica ci puoi credere che a 69 anni (proprio oggi!), il Duca Bianco sia ancora fertile come un campo verde e fecondo come un musicista di primo pelo. E ne viene fuori che, dopo il ritorno del bellissimo (e classico) “The Next Day”, David rimetta in marcia il percorso di ricerca musicale. La parola è giusta: ricerca. Legata al jazz, all’elettronica, al ritmo. “Blackstar” è una stella nera che non vuole essere seguita da nessuno, rinnegando il ruolo di cometa, anzi guardando in cagnesco chiunque cerchi una quadratura del cerchio.

I brani raccontano storie assurde, vicende di vita, ripugnanti e contraddittorie, ad esempio la title track venuta fuori dall’incontro/scontro di due pezzi completamente diversi tra loro, come se a un topo incollaste due ali di uccello. In ‘Tis A Pity She Was A Whore, Bowie poi viaggia attraverso il tempo usando il jazz macerato come unica costante. In Girl Loves Me i singhiozzi sono quasi hip hop. Ci sono anche le ballate: Lazarus ci restituisce, dopo 15 minuti di disco, la voce più bella del secolo scorso e ci regala un assolo di sassofono da fine del mondo. Dollar Days, invece, sembra una canzone dattilografata dalla pancia di una navicella aliena mentre fuori, gli anni Sessanta, gridano al miracolo.

E ci vuole molta fatica per essere convincenti nella descrizione di queste canzoni, moltissima. E nella chiusura di I Can’t Give Everything Away, Bowie stornella:

“Dire più cose che significano meno
Dire dei ‘no’ che significano ‘sì’
Questo è tutto ciò che ho da dire
Questo è l’unico messaggio che ho da inviare”

Rilasciando, di fatto, l’unica intervista autorizzata che leggeremo su “Blackstar”. E che ci dovremo fare bastare. Ora e per sempre.

(2016, RCA / Columbia)

01 Blackstar
02 ‘Tis A Pity She Was A Whore
03 Lazarus
04 Sue (Or In A Season Of Crime)
05 Girl Loves Me
06 Dollar Days
07 I Can’t Give Everything Away

IN BREVE: 5/5

Giornalista e autore, scrive per RAI e Mucchio Selvaggio. Qualche volta anche speaker radiofonico e blogger. Fondatore de Il Cibicida.