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Devin Townsend – Empath

La release di un nuovo album di Devin Townsend è, per buona parte dell’environment metallico, uno dei momenti topici dell’anno. È infatti difficile trovare un personaggio che, senza la particolare complicità di altre figure, riesca a esprimere un carisma così totalizzante e un livello compositivo tale da far scuola a sé. Empath arriva in un momento particolare della vita del chitarrista di Vancouver: la fine del “progetto”, forma che ha assorbito gran parte delle sue fatiche negli ultimi anni e il contestuale hiatus preso per non ben definite questioni economiche (?!) avevano preoccupato fin troppo qualche fan meno maturo e non abituato alle stravaganze di un carattere così imprevedibile. Pericolo rientrato dunque e attesa in crescita esponenziale dopo la release, a poche settimane dall’uscita ufficiale, dei due singoli Genesis ed Evermore. Ed è già dalle prime note di queste anticipazioni che il disegno di HevyDevy si scopre con estrema chiarezza: “Empath” sarà un grandioso riassunto di tutto quanto partorito durante i suoi vent’anni di carriera, eccezion fatta per la divagazione country dei Casualties Of Cool.

Decine di ospiti tra i quali Steve Vai, Chad Kroeger e la onnipresente Anneke affollano le note di un platter che, nonostante le più disparate influenze, si amalgama dietro la sapiente guida di un direttore d’orchestra che ha fatto della cura del dettaglio una delle sue armi vincenti. Un esercito di tecnici in fase di produzione rende il tutto superbo, per un sound che ancora una volta si candida come uno dei meglio realizzati nel suo anno di uscita.

È un lavoro che suona come tutti i precedenti album mescolati assieme, con alcune eccellenze dovute ormai a una conoscenza quasi ridicola dei propri mezzi. È un Townsend in pieno delirio di onnipotenza quello che può permettersi di accostare forme pop metal (Spirits Will Collide) a ritmiche accelerate al limite del cacofonico (Hear Me), piene debitrici dell’esperienza Strapping Young Lad e assenti da oltre un decennio. Unico brano leggermente sotto tono potrebbe essere Sprite, non fosse per alcune ottime campionature in stile “Ziltoid The Omniscient” che alla fine dei conti rendono il pezzo interessante. Tralasciando i due intro strumentali Castaway e Requiem, meri riempitivi, è nel trittico conclusivo che si definisce il core del lavoro.

Gli arrangiamenti di Why, con una interpretazione spettacolare dietro al microfono, e il fantastico incedere di Borderlands danno carattere all’insieme ma è nella conclusiva suite Singularity che “Empath” manifesta uno dei più elevati livelli musicali che il metal progressivo abbia concepito in tempi moderni. Difficile descrivere un delirio di oltre venti minuti in cui il canadese rivela, senza alcun ritegno, quella libertà di espressione che si riconosce solamente ai grandi. Non c’è un vero filo conduttore musicale, se non sporadici reprise, a collegare le sei parti di questo colosso, ma se ne percepisce la grandiosità in ogni singola strofa, ogni singolo riff, ogni singola forma.

Come in tutti i lavori metallici di Devin Townsend, anche per “Empath” si apprezza la continua e immancabile predisposizione a sorprendere in qualsiasi brano, senza comunque stravolgere gli elementi cardine del songwriting quali, ad esempio, il caratteristico wall of sound. C’è, in un album così eterogeneo e stratificato, una minima perdita di identità sia tra una canzone e l’altra che tra le strofe di ogni singola composizione. L’effetto sul risultato finale? Nullo. Gran disco e probabilmente miglior uscita dai tempi di “Epicloud” (2012).

(2019, InsideOut)

01 Castaway
02 Genesis
03 Spirits Will Collide
04 Evermore
05 Sprite
06 Hear Me
07 Why?
08 Borderlands
09 Requiem
10 Singularity

IN BREVE: 4/5

Michele Brusa
Da sempre convinto che sia il metallo fuso a scorrere nelle sue vene, vive la sua esistenza tra ufficio, videogames, motociclette e occhiali da sole. Piemontese convinto, ama la sua barba più di se stesso. Motto: la vita è troppo breve per ascoltare brutta musica.