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DVNE – Etemen Ænka

I DVNE sono senza dubbio una delle realtà più intriganti del panorama metallico degli ultimi cinque anni. Non è solo la tipologia di metal proposto, quel progressive sludge quasi sempre garanzia di qualità considerevole, figlio dei pionieri Mastodon e fratello minore di gente come i The Ocean, ma è proprio l’insieme delle loro performance (specialmente in studio) che li rende ora una certezza di assoluto rilievo e che fin dall’esordio “Asheran” (2017) ha saputo stupire favorevolmente.

Anticipato lo scorso anno da un EP rassicurante sulla tenuta qualitativa del quintetto, (“Omega Severer”), Etemen Ænka rappresenta la naturale evoluzione di un sound già personale e completo per quanto non inedito. Laddove il predecessore stupiva per la pronta capacità di costruire architetture coinvolgenti senza perdere in immediatezza, “Etemen Ænka” aggiunge elementi di complessità strutturale che ne sviluppano l’output sonoro migliorando il bilanciamento tra le esplosioni di riff caratteristiche dello sludge, gli schemi di matrice progressiva e le evocative atmosfere che han sempre caratterizzato e completato l’esperienza DVNE.

Innanzitutto, l’introduzione delle tastiere permette di giocare maggiormente su contrasti melodici, aggiungendo ulteriore spessore al songwriting e consentendo di personalizzare il platter anche attraverso l’inserimento di una manciata di interludi strumentali (Weighing Of The Heart, Adræden, Asphodel) che hanno il solo difetto di risultare un po’ troppo lunghi, condizionando parzialmente la connessione tra le composizioni vere e proprie. In secondo luogo, l’evoluzione tecnica della band di Edimburgo è impressionante: la complessità compositiva ne ha giovato sotto ogni aspetto pur evitando di risultare stucchevole e fine a se stessa e anzi mostrando un livello di affiatamento tale per cui, all’interno dei quasi settanta minuti del disco, ogni strumento è a suo modo cardine e inamovibile, perfettamente integrato nel complesso di elementi.

Come già in “Asheran”, le tracce sono lunghe e articolate. Partendo dalla splendida Towers e passando per l’evocativa Court Of The Matriarch, “Etemen Ænka” costruisce pezzo dopo pezzo le basi di quello che sarà in assoluto uno dei migliori album metal del 2021. Non fosse per il comparto vocale sottotono rispetto al resto (ma ce ne si accorge marginalmente), la facilità con cui composizioni da dieci minuti scorrono senza cedimenti è impressionante, e ancora più stupefacente è tale risultato raggiunto da una band così giovane. Interludi a parte, non c’è un momento di calo di tensione lungo tutto il lavoro. Sì-XIV, primo singolo presentato in concomitanza con l’uscita, e la successiva Mleccha sono viaggi sci-fi che si esaltano nel contrasto tra melodia e riffing mid-tempo. La conclusiva Satuya semplicemente è l’apice di tutto il lavoro se non della (seppur breve) carriera dei DVNE.

Un disco pensato quasi esclusivamente per un pubblico metallico, soprattutto per la tipicità della proposta, ma che non dovrebbe far storcere il naso anche a qualche progster moderno che abbia voglia di concedersi una deviazione più heavy del solito. Per i cultori del genere senza ombra di dubbio un LP pazzesco e che non mi stupirei venisse citato a fine anno come una delle release più azzeccate in assoluto.

(2021, Metal Blade)

01 Enûma Eliš
02 Towers
03 Court Of The Matriarch
04 Weighing Of The Heart
05 Omega Severer
06 Adræden
07 Sì-XIV
08 Mleccha
09 Asphodel
10 Satuya

IN BREVE: 4/5

Michele Brusa
Da sempre convinto che sia il metallo fuso a scorrere nelle sue vene, vive la sua esistenza tra ufficio, videogames, motociclette e occhiali da sole. Piemontese convinto, ama la sua barba più di se stesso. Motto: la vita è troppo breve per ascoltare brutta musica.