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Fear Factory – Mechanize

Per otto anni più che una band sono sembrati una compagnia di commedianti coinvolti in una soap opera. Nel 2002 il licenziamento del chitarrista e fondatore Dino Cazares avviene sotto le mentite spoglie di uno scioglimento definitivo della formazione in seguito alla dipartita del frontman Burton C. Bell. Nel giro di qualche mese la line-up torna attiva ma rivoluzionata col trasloco interno di Christian Olde Wolbers, che passa dal basso alla chitarra al posto del cicciuto Dino, col quale l’intera band è ai ferri corti nella consueta bagarre verbale a distanza tipica dei divorzi. Il tempo di due nuovi dischi, “Archetype” del 2004 e l’orrendo “Transgression” giusto l’anno dopo e ricominciano le frecciate in cagnesco, gli annunci di denunce riguardo l’uso improprio del nome Fear Factory, che senza Cazares – secondo quest’ultimo – non può essere utilizzato. Insomma, i soliti casini in salsa metal in cui l’eccesso di machismo sfocia in diatribe da asilo nido. Si giunge quindi all’ultimo atto, con il batterista e membro storico Raymond Herrera e il sopracitato Wolbers che si tirano fuori dai giochi in concomitanza del rientro in pompa magna di Cazares. Siamo nei primi mesi dello scorso anno. E in tutto questo il cantante Burton C. Bell se la ride, essendo l’unico incolume della situazione. I Fear Factory-mark IV, oltre a Bell e Cazares, vedono coinvolti anche Byron Stroud degli Strapping Young Lad al basso (già in formazione dal 2004) e nientepopodimenoché Gene Hoglan alla batteria, che non esitiamo a definire il batterista migliore in circolazione nel pianeta metallico. Formazione super-lusso e superaccessoriata, questi nuovi Fear Factory sono l’esatta prosecuzione artistica di ciò che la band sarebbe dovuta essere dopo due capolavori giganteschi come “Demanufacture” e “Obsolete” (siamo nel 1995 e nel 1998). Mechanize rilancia quindi in un batter d’occhio le quotazioni di una band che temevamo si fosse eclissata per sempre. I FF rialzano la testa e lo fanno mettendo sul piatto dieci brani dal piglio assassino, lo stesso dei primi lavori che tante botte sulle costole ci hanno inferto. Riffing tesissimo e forgiato nell’azoto liquido, quella che si configura proprio davanti ai nostri occhi è la tipica iconografia fearfactoriana, un mondo insano dominato dall’algida intelligenza artificiale, un vero e proprio incubo poi non tanto lontano dal tangibile presente in cui il progresso tecnologico diviene fastidiosamente invadente e “deumanizzante”. La presenza di Gene Hoglan accresce la complessità dell’impianto ritmico, lasciando spazio a numerose accelerazioni al cardiopalma che rendono la prova del formidabile batterista simile al martellamento di una trivella. Burton C. Bell rispolvera i registri più efferati dal suo catalogo vocale, principalmente in OxidizerControlled Demolition, dimostrandosi ancora un cantante valido. I primi cinque episodi in scaletta, oltre a sradicarci davvero la testa dal collo, sono le cose migliori dei Fear Factory da una decina d’anni a questa parte: Fear Campaign parte come una tempesta nucleare; la title-track è sulfurea e maligna, a tratti inquietante; Powershifter ingloba le due anime contrastanti del codice genetico della banda californiana, le pulsioni più selvagge e metallare coi refrain in clean vocals, una reminiscenza dark-wave mai allontanata; in Christploitation l’apporto delle tastiere di Rhys Fulber dei Front Line Assembly, da sempre vero e proprio quinto elemento della formazione americana, sono il quid di un brano oscuro e velenoso. Si mantiene di buon livello anche la parte finale dell’album dove i FF non rinunciano al classico “lento spaziale” in cui si conformano melodie vocali distinte e l’atmosfera si fa meno opprimente: Designing The EnemyFinal Exit sono degni momenti di chiusura. Lungi dal rivaleggiare con autentiche pietre miliari del metal come “Demanufacture” e “Obsolete”, “Mechanize” ha dalla sua parte una ritrovata freschezza nel songwriting, una maggiore carica propulsiva e una genuina voglia di far male. Non un masterpiece, ma di sicuro un album di livello più che buono.

(2010, Candlelight Records)

01 Mechanize
02 Industrial Discipline
03 Fear Campaign
04 Powershifter
05 Christploitation
06 Oxidizer
07 Controlled Demolition
08 Designing The Enemy
09 Metallic Division
10 Final Exit

A cura di Marco Giarratana