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Fennesz – Bécs

becsSe il personaggio in questione non fosse Christian Fennesz, sarebbe quasi fisiologico imbattersi prima o poi in una collezione di composizioni senza mordente, ripetitive e che riciclino in pieno un canovaccio le cui battute non emozionano più. Eppure, tentare di trovare una macchia nella sua carriera equivale a mettersi alla ricerca del proverbiale ago nel pagliaio. Anche oggi che, alla soglia dei 52 anni e con decine di pubblicazioni in solitario e in condominio, il nostro torna con un nuovo esempio di ricerca sonora ed estetica.

Con lo sguardo sempre volto a paesaggi sonori cerebrali in cui il rumore bianco sgretola la fisionomia di ogni elemento, Fennesz tesse trame in cui scorre un’inarrestabile e copiosa vena melodica che ne rende intelligibile l’amalgama finale. E’ la sua più grande dote, quella che gli impedisce di far piombare la sua musica in un abisso di astrattismo fine a se stesso.

Con Bécs l’artista austriaco si conferma uno dei più grandi espressionisti sonori del nostro tempo. Nelle sue gigantesche tele i piani e gli spazi fluttuano, i panorami sono attraversati da abbacinanti lame di luce che tagliano spessi strati di suono, il tutto in nome di un sontuoso escapismo.

Probabilmente la summa dell’intero album è Liminality, aria crepuscolare in cui i delicati fraseggi di chitarra sono corrosi da grappoli di white noise in una costante saturazione che è, altresì, un ponderoso crescendo emotivo. Ma ridurre a un solo episodio la sfuggente bellezza di “Bécs” sarebbe castrante, se non ingiusto. Così, si passa dal tortuoso percorso a ostacoli rumoristici di The Liar, quasi sinistro con quella persistente nota che lo sostiene come un leitmotiv, ai galleggianti piani di Pallas Athene, meraviglia ambient ricca d’intrecci e lievi dissonanze familiari a un altro titano dell’elettronica impegnat(iv)a, Tim Hecker. Si tocca il neoclassicismo melodico della title-track e ci si inumidisce appena le dita dei piedi nella risacca di Paroles, che dalla battigia si dilegua schiumando verso l’orizzonte.

Con l’ombra di Brian Eno costantemente dietro ogni angolo di questi sette nuovi brani, Fennesz ci comunica che l’imbocco del viale del tramonto per lui dista ancora parecchi chilometri. I più boriosi e cavillosi tra fan e critici diranno che “Endless Summer” e “Black Sea” rimangono opere inarrivabili e che anche solo sfiorarle, per il buon Christian sarà impossibile. Probabilmente non danno abbastanza credito al famoso detto “non c’è due senza tre”. Chapeau.

(2014, Editions Mego)

01 Static Kings
02 The Liar
03 Liminality
04 Pallas Athene
05 Bécs
06 Sav
07 Paroles

IN BREVE: 3,5/5

Starnazza dietro il microfono per la sua band stoner, gli Jussipussi, e spiccherà presto il decollo col suo progetto solista Blackwhale. Sfornella per il suo blog culinario Uomo Senza Tonno e bazzica su Il Cibicida dal 2006.