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Julien Baker – Little Oblivions

Vi siete mai chiesti come vive chi è ossessionato dalle regole, dalle situazioni coerenti, chi è schiavo della ruminazione mentale e ha bisogno di scaricare costantemente le inquietudini per evitare che ritornino? Oltre a essere affetta da disturbo ossessivo compulsivo, Julien Baker è donna dalle mille sfaccettature, come i pensieri che non riesce a fermare, i sensi di colpa che non sa sedare o come le contraddizioni che sta tentando di accettare. È omosessuale, ha fede in Dio ma vive da profana. La dipendenza da alcool in cui è ricaduta nel 2019, dopo un lungo processo di disintossicazione, rappresenta la sedazione dai pensieri ossessivi, un rinforzo positivo, il distanziamento da una realtà che la giudica come immorale ma che di fatto lo è più di lei.

Julien Baker aveva diciannove anni quando nel 2015 registrava “Sprained Ankle”, debutto scarno ma immediato nel descrivere il suo rapporto con Dio, la queerness, la dipendenza e la depressione. “Turn Out the Lights” del 2017, elegante, ben curato nei dettagli e connotato da un’intensità non tipica per una ragazza di ventidue anni, fu la terra di mezzo in cui la Baker si mise in gioco di fronte a una fanbase raddoppiata rispetto al suo debutto. Little Oblivions segue la vita reale dell’artista, affrontando la sua seconda disintossicazione dall’alcool e sperimentando un suono familiare soprattutto agli ascoltatori del progetto boygenius, la band formata insieme a Phoebe Bridgers Lucy Dacus.

In questo senso, la opening Hardline, con una batteria in primissimo piano e una produzione più stratificata rispetto al passato, apre le porte a pop melodico del tutto nuovo per l’artista. Ma attenzione: se è vero che i suoni non sono mai stati così accessibili, è altrettanto indubbio che i suoi testi non sono mai apparsi così crudi. “Little Oblivions” parla dei buoni e dei cattivi, come un vangelo apocrifo, e accoglie Julien Baker mentre in Hardline chiede perdono per peccati che non ha ancora commesso (“Blacked out on a weekday / Still something that I’m trying to avoid / Start asking for forgiveness in advance”), o quando in Heatwave è pronta a farsi schiacciare le ginocchia sulla ghiaia per onorare un patto di fede (“Scratch my knees on the gravel / Say it’s all part of the deal”).

Baker è il figliol prodigo strozzato dal peccato originale di Ziptie (“Limping like a prodigal son / Someone got my head in the slums / Everything I do makes it worse / Human nature, call it a curse”), una peccatrice che non merita alcuna misericordia in  Sing In E (“I wish you’d hurt me It’s the mercy I can’t take”). Nonostante questo sentimento reale di fustigazione e lotta all’ideologia cieca sia espresso senza mezzi termini, tutte le dodici tracce sono mitigate da un pop melodico, arrangiamenti ariosi e una serie di strumenti suonati interamente da lei (basso, batteria, banjo, mandolino e cori in multi-traccia, oltre a chitarre e tastiere).

“Little Oblivions” è un lavoro emotivamente complesso nella sua creazione ma, nonostante la presenza di pezzi come Favor (in collaborazione con Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), Bloodshot o Highlight Reel che le consentono di raggiungere il massimo della sua potenza vocale, corre il rischio di perdersi nel mare magnum del pop di caratura internazionale, in mano a Angel Olsen, Sharon Van Etten o la stessa Phoebe Bridgers. Julien Baker ha dimostrato di essere un’ottima musicista e autrice e sarebbe un peccato se sbiadisse in mezzo a centinaia di produzioni cui inizia pericolosamente a somigliare.

(2021, Matador)

01 Hardline
02 Heatwave
03 Faith Healer
04 Relative Fiction
05 Crying Wolf
06 Bloodshot
07 Ringside
08 Favor
09 Song In E
10 Repeat
11 Highlight Reel
12 Ziptie

IN BREVE: 3/5

Lejla Cassia
Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.